Le origini, le motivazioni e il futuro della anarco-death metal band romana in un’intervista sul portale Stereo Invaders

clicca sull’immagine per leggere l’intervista

Ottobre 20, 2009

“Le centinaia di miliardi di dollari provenienti da molti paesi del Terzo mondo, che transitano sui conti segreti prima di raggiungere i mercati borsistici dell’Occidente sono il sangue e la miseria dei popoli di tre continenti

Jean Zigler

da Il libro nero del capitalismo (cap. “I banchieri svizzeri uccidono senza le mitragliatrici”)

L’odio per la democrazia

Ottobre 12, 2009

Non viviamo in una democrazia“, afferma Ranicère, ma “in uno stato di diritto oligarchico”.

Contrariamente a quanto si pensa, infatti, la democrazia non è una forma di stato né di governo, ma il fondamento egualitario tendenzialmente anarchico su cui si fonda ogni vera politica.

Contro questo fondamento si è scagliato, da Platone in poi, l’odio delle oligarchie economiche e statali che cercano di fondare la legittimità del loro potere su requisiti naturali o presupposti – nascita, ricchezza, sapere – nell’intento di privatizzare la sfera pubblica e trsformare le questioni politiche in problemi di mera gestione.

“La democrazia non è né la forma di governo che permette all’oligarchia di regnare nel nome del popolo né la società regolata dal potere della merce. È l’azione che strappa continuamente ai governi oligarchici il monopolio della vita pubblica e alla ricchezza l’onnipotenza sulle vite.

È la potenza che deve, oggi più che mai, battersi contro la confusione di quei poteri in un’unica legge di dominio”.

quarta di copertina. Jacque Ranicère “L’odio per la democrazia” ed.Cronopio

Criminali di guerra in crisi di nervi

di Maurizio Blondet – www.effedieffe.com

21 settembre 2009

La speciale commissione ONU d’indagine sul conflitto di Gaza, dopo accurata inchiesta sul terreno, ha stabilito: Israele ha commesso crimini di guerra durante l’operazione Piombo Fuso (1).
La notizia può essere sfuggita, perchè i nostri media non ne hanno parlato o quasi. Ma in Israele, la sentenza della commissione d’inchiesta – capeggiata per di più da un magistrato ebreo sudafricano, Richard Goldstone – ha suscitato un parossismo di rabbia e di paura.

Per una volta, una dichiarazione dell’ONU viene presa sul serio, e il motivo è questo: i capi politico-militari, e i soldati che hanno commesso atrocità comprovate, rischiano di essere formalmente incriminati al tribunale internazionale dell’Aja.

Olmert, Tzipi Livni, Ehud Barak, i loro generali non si faranno trascinare al tribunale come un qualunque Milosevic; ma corrono dei rischi ad ogni viaggio all’estero: dato il tipo di crimine, ogni magistrato può farli arrestare.

Sono a rischio i viaggi per shopping a Parigi e a Londra. Sicchè, «appena un giorno dopo la pubblicazione del rapporto delle Nazioni Unite», scrive Arutz Sheva (il notiziario del «coloni» ebraici), «il vice-ministro degli Esteri Danny Ayalon ha riunito i capi della comunità ebraica (americana) a New York e li ha esortati a contrastare il rapporto con tutte le forze» (2).«Il rapporto Goldstone deve essere trattato come la Risoluzione ONU 3.379, che dichiarava il sionismo una forma di razzismo», ha detto Ayalon ai capi-lobby: «Per questo dobbiamo impegnarci ad agire con tutta la nostra forza contro il rapporto, con lo scopo di cancellarlo e di silurarlo».

Ehud Barak, che come ministro della Difesa è fra i diretti responsabili di «Piombo Fuso» e quindi dei crimini di guerra commessi, ha immediatamente fornito gli argomenti che la lobby deve imporre ai media, ai politici e ai governi occidentali: il rapporto «è un regalo fatto al terrorismo, e incoraggia i terroristi a continuare nel terrore.

L’equivalenza che il rapporto fa, tra i perpetratori del terrore e le sue vittime (che sarebbero gli israeliani, ndr) non ha senso. Stiamo esaminando la possibilità, attraverso i canali diplomatici e internazionali, di far dichiarare il rapporto inammissibile».Ayalon ha avuto il primo facile successo a Washington: ha incontrato l’ambasciatrice americana all’ONU, Susan Rice, e molti membri dell’amministrazione Obama e del congresso, onde (dice Arutz Sheva) «imporre il messaggio che il rapporto è inaccettabile e che mina il diritto di Israele a difendersi».

Poche ore dopo, le agenzie informano: «L’ambasciatrice Susan Rice ha rigettato una proposta ONU di obbligare Israele ed Hamas a condurre in proprio credibili indagini sui crimini commessi durante la guerra di Gaza nell’inverno scorso, o altrimenti affrontare la possibile incriminazione da parte di un procuratore internazionale».Per meglio condurre la controffensiva, è stata creata una organizzazione non-governativa che si chiama «UN Watch», ossia «sorveglianza dell’ONU», il cui scopo, scrive il Jewish Chronicle, è di «monitorare i comportamenti delle Nazioni Unite» (3). E’ un po’ come «Informazione Corretta», e il suo centro ispiratore «Accuracy in Media» fondato da Dan Irvine (ebreo), che «monitora l’antisemitismo» nei giornali e nei media, ed è fondata e gestita da ebrei filo-israeliani. Anche «UN Watch» è stato fondato dall’ambasciatore Morris Abram, ex rappresentante permanente USA presso l’ONU a Ginevra (ovviamente ebreo), e diretto da un tale Hillel Neuer, che ha cominciato a sparare a zero in numerose dichiarazioni pubbliche: il rapporto «diffonderà l’antisemitismo».
Benchè il rapporto ONU critichi anche Hamas (avrebbe commesso crimini lanciando i razzi su Sderot), esso è comunque «non imparziale», perchè ispirato a «pregiudizi contro Israele», ha detto Neuer. Infatti «diversi membri della missione d’inchiesta, come la professoressa Christine Chinkin, docente di diritto alla London School of Economics, è stata trovata colpevole di pregiudizi anti-israeliani, tanto che è stata di recente dimissionata dalla Commissione ONU per i diritti umani», ha aggiunto Hillel parlando davanti ai capi della Zionist Federation in Gran Bretagna.


Ma il capo della missione d’inchiesta, Richard Goldstone (già Goldstein), è ebreo… «E’ stato scelto apposta uno come lui a dirigere l’inchiesta, in modo da mostrare che il rapporto dell’ONU è equanime».

Insomma non c’è mai un inquirente giusto: se non è ebreo, è antisemita. Se è ebreo, l’hanno preso apposta per fingere imparzialità.

In realtà, ha aggiunto Neuer che sorveglia l’ONU con la sua organizzazione non-governativa, è noto che «da anni l’ONU dedica una attenzione sproporzionata ed applica un trattamento sleale contro Israele. Ciò dimostra come i principi fondamentali della Carta dell’ONU, come il diritto a un giusto processo e all’uguale trattamento, sono spesso ignorati o selettivamente applicati» contro Israele.«La colpevolezza d’Israele è già data anticipatamente per scontata da certi dirigenti ONU. Il capo della commissione Diritti Umani, Navi Pillay, aveva già annunziato che se la missione d’inchiesta trova le prove di crimini di guerra, essi dovranno essere investigati dalla Corte Internazionale dell’Aja. Il rapporto Goldstone rischia di creare un piano inclinato per trascinare Israele davanti al Tribunale Internazionale; sarà usato come arma politica per colpire Israele e impedirle di difendersi; innescherà una campagna per isolarla e demonizzarla».

L’ONU «descrive un mondo a rovescio, falso e irreale», ha rincarato Neuer: «Perchè l’80% dei pronunciamenti della commissione Diritti Umani sono dedicati ad accusare di abusi Israele, quando ci sono esempi molto peggiori nel mondo?».

Ecco l’argomento: gli altri fanno peggio di noi.

E’ istruttivo apprendere che Fiamma Nirenstein, parlando da Radio Radicale sabato mattina, ha usato esattamente gli stessi argomenti: perchè non vengono incriminate l’Arabia Saudita, l’Iran o la Libia, che non riconoscono «i diritti delle donne»?

A questa stregua, ha rincarato la Nirenstein, «gli USA e la Germania dovrebbero essere incriminati di crimini di guerra», per aver bombardato in Afghanistan quelle due autobotti rubate dai talebani, che hanno provocato la morte di una settantina di civili afghani (4).Sarebbe una buona idea infatti: troppo buona, e forse ancor più pericolosa per Israele. Si finirebbe per indagare su Wolfowitz e Perle, e gli altri neocon filo-israeliani, che hanno istigato l’invasione dell’Iraq, con tutte le atrocità conseguenti, fra cui un milione di civili iracheni massacrati, e milioni di civili ridotti a profughi.A vantaggio di chi sono stati commesse due invasioni in Paesi islamici, e commesse tali atrocità, impunemente, perchè taciute dai media? E magari: chi sono i mandanti o gli esecutori dell’11 settembre, che hanno ucciso 3 mila civili americani, e a vantaggio di quale politica?A voler guardare davvero dentro questi eventi, si potrebbero scoprire elementi ed indizi molto scomodi per la lobby.

Ad uso interno, i media israeliani stanno cercando di demolire l’autorità morale di Richard Goldstone, il giudice internazionale che ha firmato il rapporto, già procuratore d’accusa all’Aja per i crimini commessi in Ruanda e in Jugoslavia.

E’ una tattica che abbiamo già visto, commenta però la giornalista Amira Hass (5): le organizzazioni pacifiste ebraiche B’Tselem, Rompere il silenzio (i soldati che accusano le atrocità che sono stati costretti a commettere), il Comitato contro la Tortura in Israele, Amnesty International, Human Right Watch, Haaretz sono già stati presentati l’uno dopo l’altro come cose da gettare nella spazzatura insieme ai mendaci palestinesi; nel migliore dei casi, sono dipinti come ingenui, nel peggiore, come collaborazionisti nello sforzo di macchiare Israele»; adesso tocca al giudice Goldstone, magistrato internazionale prima lodato per la sua imparzialità.
La campagna è così feroce e forsennata, che ha prodotto un risultato stupefacente, e controproducente.

Nicole, la figlia del giudice Richard Goldstone, s’è fatta intervistare dalla radio dell’esercito israeliano e – in lacrime, e parlando in ebraico – ha detto (6): se mio padre non avesse accettato di capeggiare l’inchiesta ONU sui fatti di Gaza, «le accuse contro Israele sarebbero state molto più gravi».

Papà Goldstone è un sionista appassionato, ed ha ammorbito le conclusioni.

«Mio padre è stato molto combattuto se accettare; ha accettato questo compito perchè ha pensato di far il bene anche di Israele. Non è stato facile per lui. Certo, mio padre non si aspettava di vedere e udire quel che ha visto e sentito» nella sua inchiesta sul terreno.

Ma che cosa ha visto il giudice Goldstone, ebreo e sionista, che non si aspettava di vedere?


Fra i fatti che si leggono nel rapporto da lui firmato con la morte nel cuore, egli riferisce del massacro degli allievi di polizia di Gaza, avvenuto il 27 dicembre 2008. Era sabato, e gli allievi erano tutti nel cortile della caserma per la cerimonia, stavano ricevendo i diplomi di promozione. Israele iniziò l’operazione Piombo Fuso massacrando 99 di quei giovani con bombe dal cielo, oltre a nove civili che assistevano alla cerimonia.

Goldstone fu – riferisce nel rapporto – fra i primi ad arrivare, con funzionari ONU, sul luogo del massacro. E testimonia personalmente che l’attacco fu un massacro «deliberato».

L’ispettore dell’ONU Richard Goldstone visita la casa distrutta della famiglia Samouni, massacrata da un attacco di artiglieria durante l’offensiva israeliana su Gaza

Aggiunge: ben 240 poliziotti palestinesi sono stati uccisi durante la breve guerra, un sesto delle vittime totali a Gaza.

Anch’essi presi di mira deliberatamente.

E il giudice dà conto della giustificazione israeliana: la Polizia di Gaza è un organo di Hamas, dunque parte delle forze armate «terroriste». Goldstone e i suoi collaboratori analizzano la storia della Polizia palestinese dopo la presa di potere di Hamas nel 2007, e giungono alle conclusioni contrarie: la Polizia palestinese è «un organo civile di ordine pubblico», e quel 27 dicembre, per di più, nessuno degli agenti stava partecipando alle ostilità. A parte quegli agenti che «individualmente» hanno preso parte ai combattimenti, collettivamente il corpo di Polizia non ha perso la «immunità civile» che viene riconosciuta dalle norme internazionali di guerra; che, dunque, sono state violate dallo Stato ebraico.

Il giudice Golstone ha visitato anche le poche strutture alimentari esistenti a Gaza. Come un allevamento di polli che produceva il 10% delle uova consumate a Gaza, e che ha trovato essere stato «sistematicamente spianato» da bulldozer corazzati israeliani, che hanno distrutto 13 mila volatili.

Ancor più grave il caso del molino dei Fratelli Hamada, il solo produttore di farina a Gaza, dopo che gli altri due molini esistenti avevano dovuto chiudere per mancanza di materia prima, a causa del blocco isrealiano. Per due volte i fratelli Hamada, i proprietari, avevano ricevuto minacce di distruzione, e s’erano messi in contatto con i loro corrispondenti d’affari in Israele, cercando di scongiurare il pericolo; ad ogni buon conto, avevano evacuato i 50 dipendenti. Infine, nella notte del 9 gennaio, gli israeliani hanno spianato anche il molino con missili, e poi con elicotteri, distruggendone tutti i macchinari; nove mesi dopo, il molino non è ancora in grado di funzionare.

Ascoltata la versione dei fratelli Hamada, Goldstone ha chiesto alle autorità ebraiche a quale scopo avevano distrutto un mulino, che produce l’alimento-base più elementare per la popolazione civile. Israele non ha mai risposto (in generale, ha rifiutato sistematicamente di collaborare con l’inchiesta). La commissione ha dovuto concludere che la «gratuita» distruzione aveva solo uno scopo, «mettere fine alla produzione di farina nella striscia diGaza».

Il rapporto ONU nota che ancor oggi, a nove mesi dalla la fine delle ostilità, ci vogliono 85 giorni perchè Israele lasci entrare a Gaza materiale di soccorso come le tende, 68 per materiali sanitari e pediatrici, 39 per articoli casalinghi come pentole e materassi. Centoventi camion carichi di quaderni e libri scolastici per i bambini sono tuttora bloccati, specie i testi per lo studio dell’inglese, che riguarda 130 mila bambini. L’agenzia dell’ONU per i rifugiati (UNRWA) aspetta ancora 4 mila banchi e 5 mila sedie per le scuole, il cui arredo è stato distrutto.
Il rapporto dell’UNRWA, che sarà annesso al rapporto Goldstone, denuncia l’ostinato blocco israeliano dopo tante distruzioni come «un progetto di graduale sotto-sviluppo di tutti i settori, per devastare le vite, accrescere la disoccupazione, e aumentare la dipendenza della popolazione dagli aiuti».

Più soft, il rapporto Goldstone recita:
«La missione ha dovuto considerare se la serie di atti volti a privare la popolazione di Gaza dei mezzi di sussistenza, di lavoro, di abitazione e d’acqua, che negano la libertà di movimento e il diritto di entrare ed uscire dal Paese, che limitano l’accesso a cure e tribunali, sia da ritenersi “persecuzione”, che è un crimine contro l’umanità».

Goldstone è riuscito a non far usare il termine «punizione collettiva»;

ma in ogni caso l’accusa è durissima.

Il rapporto Goldstone ha dimostrato che Israele «ha colpito una popolazione civile che era sotto il suo controllo» e dunque sotto la sua responsabilità. Che ha «usato forza sproporzionata in confronto alle concrete minacce ai propri civili». Che i soldati israeliani «hanno ricevuto ordine di sparare sulle ambulanze e i gruppi di soccorso», mentre altri hanno sparato su gente che avanzava «con una bandiera bianca»; che hanno ucciso persone «nelle loro case, e nelle vicinanze», che hanno usato gente di Gaza come scudi umani. Che hanno usato fosforo bianco in aree densamente popolate, che prima di ritirarsi, hanno distrutto deliberatamente vaste aree residenziali, industriali ed agricole.

Nel complesso, l’operazione Piombo Fuso viene definita «un’aggressione deliberatamente sproporzionata, che ha avuto lo scopo di punire, umiliare e terrorizzare una popolazione, stroncare la sua capacità economica di provvedere a se stessa, e instaurare in essa un senso ogni giorno maggiore di dipendenza e di vulnerabilità».

E’ questa la verità che Israele, la Diaspora e i suoi complici non vogliono vedere, e che si preparano a cancellare con «tutte le forze» di pressione e di menzogna.

Come dice Michael Oren, l’ambasciatore israeliano in USA: «Questo rapporto crea un problema non solo per Israele, ma per tutte le libere democrazie del mondo. E’ una vitttoria per il terrorismo. E’ una grave sconfitta per ogni Paese democratico che si trovi ad affrontare un’organizzazione terrorista irregolare in un’area densamente popolata. Io non credo che agli Stati Uniti piacerebbe vedere un simile rapporto montato contro la sua condotta delle sue operazioni in Afghanistan». Quanto a Netanyahu, anch’egli ha dichiarato: «I capi del mondo faranno bene a respingere il rapporto. Non è solo un nostro problema. Se incriminano i nostri soldati, ufficiali, piloti e persino i nostri leader, essi incrimineranno anche voi» per le guerre che gli USA e i loro alleati stanno facendo.

Strano, sono gli stessi argomenti, e lo stesso ricatto implicito, usato dalla Nirenstein: evidentemente è stata istruita.

Non posso chiudere questo articolo senza menzionare che il rapporto Goldstone incolpa di crimini di guerra anche Hamas, per i razzi che ha lanciato su Sderot, dunque contro i civili israeliani. Quei civili, come ha scritto il giornalista ebreo Gideon Levy, che in quei giorni «portavano i bambini sulle alture attorno a Gaza ad appludire alle bombe che stavano causando il carnaio».
Non importa: Hamas ha ucciso un israeliano ogni 100 palestinesi massacrati (in tutto sono stati oltre 1.400). Fra questi, 29 membri di una sola famiglia, i Samouni, la cui sopravvissuta, Zinat Samouni, ha raccontato come ha visto trucidare dai soldati del glorioso Tsahal suo marito di 46 anni e il loro figlio Ahmed, di 4, dopo averne occupato la casa e scritto graffiti insultanti sulle pareti.
Si chiama «par condicio», credo, o «obbiettività bilanciata». Commenta il sito «Jews sans Frontieres»: «Se il giudice Goldstone avesse dovuto redigere un rapporto sui crimini nazisti, avrebbe definito anche la sollevazione del ghetto di Varsavia come crimine di guerra?». Ma il sito è dichiaratamente anti-sionista, dunque antisemita, come dice Napolitano (e a proposito, lui ora cos’è, dopo questo rapporto ONU?).

1) Il rapporto si può leggere integralmente al sito: www2.ohchr.org/hrcouncil/specialsession/UNFFMGC_Report.pdf
2) Gil Ronen, «Ayalon to Jewish Leaders: Fight UN Report Hard», Arutz Sheva, 18 settembre 2009.
3) Bernard Josephs, «Fears over UN Gaza Report», Jewish Chronicle, 10 settembre 2009.
4) Fiamma Nirenstein, «E’ il palestinismo la vera malattia dell’ONU», Il Giornale, 17 settembre 2009.Vi si può leggere questo moderatissimo incipit: «La relazione della commissione Goldstone sull’operazione ‘Piombo Fuso’ è un pericolo per tutti noi. E’, nero su bianco, il proclama che stabilisce che bisogna arrendersi di fronte al terrorismo sistematico che colpisce e usa i civili. Se si dà una rapida occhiata alle 575 pagine prodotte per stabilire che cosa è accaduto a Gaza nella guerra del 2008-2009, si vede che la commissione istituita dall’ONU non ha avuto alcun interesse alla verità, ma solo alla ennesima criminalizzazione di Israele: l’ONU incarna qui, ancora una volta, un esempio del palestinismo moralista che sfrutta, in funzione della delegittimazione antioccidentale, i sensi di colpa del mondo contemporaneo e cerca, nella pratica immediata, la morte civile e fisica dello Stato ebraico. L’ONU dedica ogni anno due terzi delle sue risoluzioni sui diritti umani alla condanna di Israele; la sua assemblea, dove sono già risuonati i discorsi antisemiti del presidente Ahmadinejad, adesso procede con una versione flautata, quella del giudice Goldstone, un ebreo con tanto di figlia che vive in Israele».
5) Amira Hass, «The one thing worse than denying the Gaza report», Haaretz, 17 settembre 2009.
6) «Goldstone’s daughter: My father’s participation softened UN Gaza report» Haaretz, 16 settembre 2009.

grazie a

http://guerrillaradio.iobloggo.com

ROMPERE IL SILENZIO

Settembre 21, 2009

Articolo di Stephen Lendman, Chicago (english version http://ramallahonline.com/content/3377-breaking-the-silence-testimonies-of-israeli-soldiers)

Traduzione di Andrea Lisi

Breaking the Silence è un’organizzazione di soldati israeliani che raccolgono testimonianze anonime di militari che hanno prestato servizio durante la Seconda Intifada all’interno dei Territori Occupati (Cisgiordania e Gaza, le due parti separate che compongono la Palestina, più Gerusalemme Est ndt).

Raccontano di esperienze che li hanno colpiti profondamente, tra cui gli abusi sui palestinesi, i saccheggi, la distruzione di proprietà e altre pratiche “giustificate come necessità militari oppure spiegate come casi unici ed estremi”.

Essi credono inoltre nella necessità di descrivere “la profondità della corruzione che si sta diffondendo nell’esercito israeliano” sulla quale la stessa società israeliana e la maggior parte degli osservatori occidentali chiudono un occhio.

“Breaking the Silence” è stata fondata per portare allo scoperto una realtà scomoda, con l’obiettivo di “richiedere un’assunzione di responsabilità riguardo le azioni militari nei Territori Occupati perpetrate da noi e nel nostro nome”.

La loro nuova pubblicazione include 54 testimonianze, vere e proprie denunce, da parte di 30 soldati israeliani, delle loro esperienze nell’operazione Piombo Fuso (“Cast Lead”, detta anche Guerra di Gaza, svoltasi dal 27 dicembre 2008 al 21 gennaio 2009 ndt). Raccontano quello che il governo e i media ufficiali hanno voluto sopprimere con commenti del tipo “sembrate ragazzini che guardano con una lente d’ingrandimento le formiche, mentre le bruciano”. Un altro si riferiva a “non un granchè a proposito dei civili innocenti”. Tutto e tutti rientravano in un “giusto gioco”, e le leggi di guerra se ne volavano via dalla finestra.

Nelle testimonianze  troviamo resoconti di distruzioni sfrenate e immotivate, raccolti sradicati, massacri di esseri umani, donne e bambini uccisi a sangue freddo, uso di armi illegali e di civili come scudi umani, ordini di far fuoco e “sparare per uccidere” chiunque e qualunque cosa si muovesse.

I comandanti israeliani hanno respinto le accuse di responsabilità come prive di fondamento, ma B’Tselem (organizzazione non governativa israeliana che funziona anche come centro d’informazione) ha riportato che i militari “hanno rifiutato di aprire indagini serie ed imparziali”, anche quando in possesso di informazioni dettagliate, tra cui i nomi delle vittime, le date esatte e i luoghi precisi degli incidenti.

Da parte sua, B’Tselem ha raccolto testimonianze tra i residenti di Gaza, secondo i quali (in questi incidenti ndt) sono stati uccisi 70 civili palestinesi, di cui più della metà bambini. Le fonti militari israeliane si sono dimostrate recalcitranti , tranne che per riconoscere l’acquisizione di certe informazioni e niente più, tacendo anche sull’ipotesi che qualche seria inchiesta sia stata svolta.

Non c’è mai stata nessuna inchiesta.

Testimonianze anonime per proteggere i soldati da recriminazioni – Alla vigilia delle prime operazioni

Un sergente capo della unità Nachal ha raccontato dei carri armati israeliani che entravano in un villaggio della West Bank (Cisgiordania ndt) distruggendo un’automobile calpestandola. “Si, l’ho visto dall’APC (armoured personnel carrier, veicolo per il trasporto delle truppe) all’interno del quale eravamo. Ho sbirciato fuori. All’improvviso sentimmo il rumore di un’auto che viene schiacciata…non riesco a capire perché un carro armato debba camminare sopra una macchina quando la strada è libera.” Non è stato un incidente isolato. Succede spesso, distruzione sfrenata fine a sé stessa.


Egli ha detto inoltre che “Quando siamo tornati dall’operazione, avevamo un bottino, per dirla così..c’erano documenti confiscati, uniformi, kalashnikov. Per l’intelligence dell’esercito.”

Un altro sergente capo dell’unità Nachal ha detto che le missioni erano mirate esplicitamente a molestare la gente. Si entrava nelle case, si facevano arresti. “A seconda dei vari punti, mentre ci si avvicina ad una casa, ci sono istruzioni per aprire il fuoco che variano. Quando l’intera casa è circondata, i gruppi posizionati tutt’intorno, il ragazzo che corre fuori dalla casa è considerato un “fuggitivo” e deve essere fermato. Se esce correndo in modo sospetto bisogna sparargli e ucciderlo. Sparargli per fermarlo: in altre parole, sparare per uccidere.”

Quando si entrava in un villaggio, i poliziotti palestinesi armati “in un certo momento..erano considerati truppe nemiche, perciò dovevamo sparar loro se ne vedevamo qualcuno”. Gli ordini erano, nel dubbio, di sparare. Nel descrivere l’atmosfera e gli ordini dei comandanti, essi ricordano: “Uccidete, uccidete, uccidete, uccidete! Vogliamo vedere cadaveri.”

Egli ha spiegato la sua preparazione anti-terrorismo dicendo: “Terrorista in vista, così è come si dice, quando si corre per entrare. È una specie di codice. Si usava dire “ostaggi”. Quindi tu raggiungi

il terrorista e confermi l’assassinio. Se non lo confermi vuol dire che stai comunicando che il ragazzo è stato “neutralizzato”, nessuna possibilità di un suo riaversi perché è stato sparato alla testa. Questo è confermare che è stato “neutralizzato”.

Un sergente del personale dell’unità 401 Armor ha descritto il ritorno della sua unità: “Ci piaceva buttare sfollagente e granate-fumogeni all’interno delle panetterie che aprivano tra le 4 e le 5 di mattina perché la gente nei villaggi lanciava pietre..una volta ho sparato oltre 1500 proiettili da una mitragliatrice alle case in città.”. A nessuno fregava niente, tanto erano solo palestinesi.

Un sergente capo dei Corpi Blindati ha raccontato che le prime operazioni a Gaza e in West Bank erano per “lo scopo principale sia di demolire le case dei terroristi o i posti dove mettevano a punto i mortai, o altra roba del genere..oppure potevi avanzare e distruggere tutto quello che vedevi.”

A volte, “gli ordini erano di far fuoco su ogni persona che vedevi in strada…ucciderlo..sparare per uccidere. Non importa se aveva o non aveva un fucile con lui.”

Testimonianze sull’Operazione Piombo Fuso

Un soldato ha detto:

“..Durante la preparazione impari che il fosforo bianco non viene usato, ti insegnano che non è umano.

Guardi film e vedi cosa fa alla gente che ne viene colpita, e dici: “Ecco, lo stiamo facendo anche noi.

Non è quello che mi aspettavo di vedere. Fino a quel momento avevo pensato che facevo parte dell’esercito più umano al mondo.”

Altri testimoni descrivono l’uso del fosforo bianco all’interno di quartieri densamente popolati, uccisioni sfrenate e distruzioni “senza alcun collegamento con una reale minaccia per le forze israeliane, e regole di ingaggio permissive che hanno portato all’uccisione di innocenti.”

Altri commenti riflettono il “deterioramento morale” dell’esercito e della società israeliana, che investe anche il rabbinato, il quale ha benedetto il massacro e la distruzione di massa prima delle operazioni.

I soldati sono sottoposti al diffondersi di valori israeliani deviati “a livello sistemico”.

La briglia di terrore dell’Operazione Piombo Fuso è stata “il diretto risultato della politiche delle IDF (Israel Difense Forces, denominazione dell’esercito ndt), e specialmente delle sue regole d’ingaggio che sanciscono “spara prima e non fare domande”.

Coloro che partecipano a Breaking The Silence hanno offerto le loro testimonianze come “un richiamo rivolto alla società israeliana e ai suoi leader, a smaltire la sbornia e ad indagare di nuovo sui risultati delle nostre azioni..un disturbante e viscido degrado morale che investe loro e tutti gli ebrei a livello globale”.

photos: ramallahonline.com


By Uri Avnery

EVEN THE Romans never saw a game like this in their arena: three gladiators fighting against each other, while at the same time each of them has to defend himself against attackers from behind.

All three of them – Barack Obama, Binyamin Netanyahu and Mahmoud Abbas – are fighting for their political life. The three battles are quite different from each other, yet interconnected.

OBAMA IS in big trouble. Big? Huge! The most important struggle concerns health insurance.

This has no connection with Israel. Moreover, for an Israeli it is difficult even to understand it.

For us it is hard – indeed impossible – to grasp how a modern, progressive country can function without health insurance for all. Our health system came into being long before the foundation of the State of Israel. Sick funds covered practically the whole Jewish population in Palestine. After the foundation of Israel, this became law for all citizens. Every Israeli is insured by one of four officially recognized sick funds. All of these are financed to a large extent by the government, which also decides what services they are obliged to provide.

In a progressive society, a person has a right to basic medical care, including hospital care, operations and medicines. So it seems very odd that in the richest nation in the world there are tens of millions of people who lack this essential protection. Especially in a country where medical expenditure – as a percentage of the gross national product – is far higher then in ours.

Along comes Obama and proposes a plan that offers these people an option of governmental medical insurance. What could be more natural? But in the US, powerful forces are out to prevent it, on behalf of Free Enterprise, the Market, the Right to Privacy and such high-sounding pretexts. They portray Obama as a Second Hitler or a Second Stalin, if not both, and his popularity is sinking dramatically.

Odd? Mad? Perhaps. But we have to take it seriously. It concerns us directly.

BECAUSE OBAMA is a central actor in our own play.

When he came to power, he understood that he must change the situation in the extended Middle East. Most Muslims in the world, including most Arabs, hate the United States. Even an imperial power cannot function effectively in an atmosphere of general hatred. The main reason for the hatred is the unlimited US support for the government of Israel, which oppresses the Palestinians.

For eight years, President Bill Clinton acted as an agent of the Jewish lobby for Israel. After that, for another eight years, President George W. Bush acted as an agent of the Christian fundamentalist lobby for Israel. President Obama understands that basic US interests demand an end to the Israeli-Palestinian conflict that is poisoning the entire region.

The war in Afghanistan makes it even worse. Obama got stuck in this quagmire by mistake: in the heat of the election campaign he announced that he would withdraw from Iraq. But in order not to be accused of defeatism, he added that he would intensify the American intervention in Afghanistan.

That was a rash promise. Afghanistan is far worse than even Iraq. It is a different war, in a different environment, against a different enemy. The US has no chance of “winning” this war, which has no clear aim and no clear enemy, against a population that since antiquity has been honing its expertise in expelling foreign invaders.

It is easy to walk into a swamp, difficult to get out of it. Obama has no exit strategy from Afghanistan. That, too, will endanger his popularity in the near future.

THIS IS the situation in which he enters the struggle with Binyamin Netanyahu.

There no question anymore that the only recipe for healing the Israeli-Palestinian wound is the termination of the occupation and the establishment of peace between the State of Israel and the new State of Palestine beside it. This demands meaningful and intense negotiations, within a fixed time span. That is impossible if at the same time settlements continue to expand. As the Palestinian lawyer Michael Tarasi aptly put it: “We are negotiating about the division of a pizza and in the meantime Israel is eating the pizza.”

That’s why Obama has presented the Israeli government with an unequivocal demand: an immediate stop to all building in the settlements, including East Jerusalem. A clear and logical demand. But while pressuring Netanyahu, he himself is exposed to heavy pressure at home over the health insurance system and the Afghan war.

NETANYAHU’S SITUATION is no less complex.

His government is based on a coalition of five different parties. The settlers and their supporters constitute a majority. The “leftist” in this coalition, Ehud Barak, has been responsible for setting up more settlements than Netanyahu himself ever has.

Netanyahu is dancing on a thin tightrope at the Israeli fair, high above the heads of the audience, without a safety net. He must avoid a head on clash with Obama, while satisfying the nationalists in his own party and his coalition.

How to do this? One has to convince Obama to allow a small amount of building in the settlements, just another tiny bit, in order to appease the settlers. One has to convince the settlers that the promise to freeze building is just window dressing, and that in reality building will continue at full speed.

The Americans recognize, of course, that our government is trying to deceive them. If they allow the building of just another 500 houses in the settlement blocks, and the completion of just another 2500 houses whose construction has already begun, and just a few more in East Jerusalem, in practice the building will go on unchecked.

The settlers know perfectly well that their whole enterprise has been based on deceit and trickery, house after house and neighborhood after neighborhood, and they are happy to allow Netanyahu to continue with this method. For the time being, they do not cry out, they are not worried, the more so as no large Israeli public movement has yet arisen in support of Obama’s peace efforts.

Obama’s troubles concerning the health issue look to Netanyahu like the answer to a prayer. Perhaps he is not satisfied with divine help alone, and the pro-Israel lobby is quietly helping the enemies of reform. If Obama’s people decide that the time is not ripe for a confrontation with Netanyahu and that it is worth giving in about small matters – some houses here, some houses there – that would be a huge victory for Netanyahu. Every Israeli will see it this way: Netanyahu stood up like a man, Obama blinked first. But thereafter, in the second and third battle, when Obama insists and does not give in, neither in word nor in deed, Netanyahu will be in trouble.

MAHMOUD ABBAS is the weakest of the three gladiators. His situation is the most precarious.

He is on a slippery slope and has to rely on support from Obama, who himself stands atop a tower that may collapse. He has already learned that Netanyahu does not intend to conduct real negotiations with him. And Hamas accuses him of collaboration with the occupation.

West Bank public opinion polls seem to show that the popularity of Fatah there is on the rise and that Hamas is losing. But polls in Palestine can almost be counted on to be wrong (as on the eve of the last elections, when they forecast a huge Fatah victory). More than a thousand Hamas militants are in the prisons of the Palestinian Authority. The Authority’s security services, which are being trained by the American general Keith Dayton, are working in close cooperation with the occupation forces and serve, quite openly, as their sub-contractors. What does the ordinary Palestinian in the street think about that?

Life in the occupied West Bank is built on an illusion. Commentators praise the success of the PA’s Prime Minister, Salaam Fayad, in reconstructing the Palestinian economy. Ramallah is flowering. New businesses are being opened. Netanyahu’s “economic peace” is becoming a reality. But that is, of course, a delicate bubble: the Israeli army can eradicate all this in half an hour, as it did in the 2002 “Defensive Shield” operation.

If Abbas does not succeed in achieving impressive progress towards peace within a few months, the whole structure may come crashing down. General Dayton has already warned that if peace is not achieved “within two years”, the forces now being trained by him may rise up against the Israeli occupation (and against Abbas, of course). Hamas is breathing heavily down their necks.

IN A FEW days, the three – Obama, Netanyahu and Abbas – are supposed to hold a summit conference in New York and to launch the Ship of Peace.

It will be an interesting meeting – if it takes place – because each of the three will be sitting on a wobbly stool, with unequal legs. While talking with his two colleagues, each will be preoccupied with his enemies at home.

That is not, of course, an unusual situation. Henry Kissinger once said that Israel has no foreign policy, only a domestic policy. But that is more or less true for every country. The United States, Israel and Palestine are not unique in this respect.

Commentators in ivory towers, who are used to handling out gratuitous advice to political leaders and telling them what to do, frequently miss this dimension. A person who has never experienced the heat of an election campaign cannot come near to understanding the full depths of a politician’s motives. In the words of Otto von Bismarck, a politician through and through: “Politics is the art of the possible”.

How to move the peace efforts back from the realm of the impossible? In this campaign, the Israeli peace camp has a double task: first, to expose the policy of evasion and deceit of our government; and, second, to strengthen Obama’s hand in his endeavor to bring peace to this region. It is important that a strong and authentic Israeli camp express support for his efforts. Our friends in the US, in Europe and throughout the entire world have a similar task.

This three-sided struggle is not taking place in a Roman arena, and we are not just spectators looking on from the terraces. At stake in this game is nothing less than our lives.

Uri Avnery (Hebrew: אורי אבנרי‎, also transliterated Uri Avneri, born September 10, 1923) is an Israeli writer and founder of the Gush Shalom peace movement

permlink: http://zope.gush-shalom.org/home/en/channels/avnery/1252789738

Fuoco

Settembre 9, 2009

Vomito e ancora vomito

Il fuoco è nel cervello..

Fuori è quasi autunno

Dentro è già inverno.

la stanchezza è solo un’illusione..

 

la mia ragazza è in madagascar e io a ottobre sarò in israele

si preannuncia un ritorno alla funzionalità, anche superiore, di questo blog

gods

Ci parlate di progresso,
Ci parlate di benessere,
Un intero sistema costruito sull’inganno.
Nutrite l’ignoranza, nutrite l’avarizia
Ci condannate alla precarietà,
Ci fate servi del vostro lusso.

Sentiamo le vostre risate
mentre giocate con le nostre vite
Sentiamo le vostre risate
mentre giocate con le nostre vite

Ci parlate di sicurezza,
Ci parlate di crisi,
Vendete un sistema fatto d’illsuioni,
Ci volete servitù nella vostra babilonia.
Chiamte a raccolta, volete che paghiamo
per un presente ammorbato, per un futuro negato

Sentiamo le vostre risate
mentre giocate con le nostre vite
Sentiamo le vostre risate
mentre giocate con le nostre vite.

Tratto dal repertorio del collettivo artistico Gemente

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MIDEAST-PALESTINIAN-ISRAEL-PRISONER-RELEASE

This is Cynthia McKinney and I’m speaking from an Israeli prison cellblock in Ramle. [I am one of] the Free Gaza 21, human rights activists currently imprisoned for trying to take medical supplies to Gaza, building supplies – and even crayons for children, I had a suitcase full of crayons for children. While we were on our way to Gaza the Israelis threatened to fire on our boat, but we did not turn around. The Israelis high-jacked and arrested us because we wanted to give crayons to the children in Gaza. We have been detained, and we want the people of the world to see how we have been treated just because we wanted to deliver humanitarian assistance to the people of Gaza.

At the outbreak of Israel’s Operation ‘Cast Lead’ [in December 2008], I boarded a Free Gaza boat with one day’s notice and tried, as the US representative in a multi-national delegation, to deliver 3 tons of medical supplies to an already besieged and ravaged Gaza.

During Operation Cast Lead, U.S.-supplied F-16’s rained hellfire on a trapped people. Ethnic cleansing became full scale outright genocide. U.S.-supplied white phosphorus, depleted uranium, robotic technology, DIME weapons, and cluster bombs – new weapons creating injuries never treated before by Jordanian and Norwegian doctors. I was later told by doctors who were there in Gaza during Israel’s onslaught that Gaza had become Israel’s veritable weapons testing laboratory, people used to test and improve the kill ratio of their weapons.

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http://ramallahonline.com/content/3355-cynthia-mckinney-letter-from-an-israeli-jail