L’ANTI-ECONOMIA
Dicembre 11, 2009

Un’autentica requisitoria contro i crimini della scienza economica che domina la vita sociale e culturale: non ha previsto la crisi, non tiene conto della natura, è una dittatura sul pensiero.
Lo scrive Piero Bevilacqua, studioso del post-sviluppo
Tratto dalla relazione introduttiva al convegno “I saperi umanistici alla prova dell’umanità”, tenutosi all’Università La Sapienza di Roma (24-25 nov) a cui hanno partecipato, tra molti altri, Serge Latouche e Vandana Shiva.
Piero Bevilacqua è docente alla Sapienza di Roma.
(sottolineature mie)
L’economia non pensa, è una tecnologia della crescita
L’evidenza che sta alla base delle nostre interrogazioni riguarda una dismisura della tecnica in età contemporanea. Ci riferiamo all’economia, alla scienza economica. Questo campo del sapere è oggi attraversato da incursioni e deviazioni dal suo <main stream> che ne arricchiscono, sia pure ai margini, il pluralismo. Chi non sa che da tempo, ad esempio, esiste anche una “environmental economy” con diverse scuole e tendenze? E sappiamo bene che non mancano i singoli grandi economisti in grado di travalicare l’unidimensionalità disciplinare del loro mestiere. Ma l’economia del nostro tempo, ispira la condotta dei governi e delle istituzioni internazionali, domina nelle banche centrali, nelle università, nelle riviste specializzate, nella divulgazione giornalistica, ha subito un mutamento evidente. Essa ha cessato da tempo di essere una scienza sociale. Nelle sue espressioni dominanti l’economia è diventata “una tecnologia della crescita”. Una pura tecnica dell’andare avanti, dell’incremento senza sosta del Pil. E la tecnica – e qui ci permettiamo di riprendere e modificare Heidegger – “non pensa”.
Ora, lo stato presente di questo sapere trasformato in tecnica merita una breve riflessione. Oggi è possibile osservare che esso procede verso il suo fine con sempre minor riguardo per ciò che la crescita economica produce nella condizione umana del lavoro, nelle giunture della società, nelle relazioni fra gli individui, negli istituti della democrazia, nella cultura e nelle psicologie collettive, nella vita privata delle persone, nel fondo spirituale della nostra epoca. È come se esso si fosse ritagliato un ambito iper-specialistico, affidato alla sofisticata strumentazione di modelli matematici, lasciando ad altri saperi il compito riparatore delle distruzioni che compie nel suo procedere.
Tale modello appare poi in tutta la sua in occultabile distruttività nei rapporti con il mondo naturale. Tutto il pensiero economico moderno che giunge fino a noi è figlio di un gigantesco meccanismo di rimozione della natura dal processo di produzione della ricchezza. Ancora oggi esso non è disposto se non a vedere nel mondo fisico che “un potenziale da dischiudere con mezzi tecnici” [Immler].
Un potenziale esterno, un illimitato deposito che di volta in volta appare come utensile, materia prima, energia. Eppure la vita economica, la produzione di beni e merci, altro non è – per dirla con le parole dello studioso che ha più profondamente pensato su questi temi, Hans Immler – che “il movimento e lo svolgimento di un processo di natura [naturproze]”. Tutto ciò che chiamiamo economia non è, in ultima istanza, che manipolazione del mondo fisico, cooperante insieme al lavoro – fornito da quell’essere naturale che è l’uomo – a produrre i beni circolanti nella società. Ora, le scienze economiche dominanti sono ancora interamente segnate da questo peccato originale: esse ignorano di fondarsi su un mondo fisico di cui sconvolgono gli equilibri locali e planetari, di operare all’interno di una biosfera che ha sue regole e limiti ancora inesplorati. Esse non soltanto fingono di non vedere la finitezza del mondo, la limitatezza delle risorse disponibili per proseguire nella corsa, ma ignorano di alterare gravemente quella complessa “eco-organizzazione” del mondo vivente a cui diamo il nome di natura, e a cui sono interamente subordinati anche gli uomini, esseri pur sempre naturali malgrado la loro potenza tecnica.
La rimozione del mondo naturale dal campo visivo del pensiero economico moderno costituisce uno dei più stupefacenti miracoli che l’ideologia capitalistica è stata in grado di produrre. Ma oggi essa non può più nascondere lo scacco storico di una scienza. Osserviamo, en passant, che il pensiero economico non è stato ancora in grado neppure di abbozzare una teoria della riproduzione della natura, della rigenerazione degli immensi materiali e beni che produzione e consumo richiedono costantemente. Esso contempla solo la riproduzione di due fattori: il capitale e il lavoro. E invece pensa e rappresenta la natura non come fattore destinato anch’esso alla riproduzione, ma come una cava, un fondo esterno sfruttabile all’infinito. Per questo oggi – di fronte alla compromissione di alcuni cicli riproduttivi delle risorse [l’acqua, la terra fertile] e al riscaldamento climatico – appaiono con tanta evidenza i fallimenti predittivi di un sapere settoriale e separato, privo di una visione solistica del mondo. Sotto questo particolare ma rilevantissimo profilo ci prendiamo la responsabilità di affermare che l’economia, come scienza, è un sapere in buona parte obsoleto, una moneta di pregio ma fuori corso, una sopravvivenza dell’era industriale finita nel secolo scorso. Allorquando trionfava la grande finzione di un mondo fisico illimitato. E tale giudizio riguarda quasi intermante le culture economiche ufficiali oggi in circolazione, anche quelle ispirate da paradigmi e valori progressisti. Se l’economia non incorpora in un nuovo sistema di pensiero la conoscenza della natura rimane pur sempre un sapere mutilato, anche se accoglie in sé il vasto spettro dei fenomeni sociali che esso alimenta. Resta pur sempre drammaticamente insufficiente in un’epoca in cui lo sconvolgimento ambientale si pone già esso stesso come fenomeno economico di incommensurabile portata.
Questa scienza non solo soffre della parzialità settoriale che ha limitato per secoli gli orizzonti di tutte le altre discipline. Nel corso della seconda metà del Novecento e ancora oggi essa ha signoreggiato tutti gli altri saperi, subordinandoli ai suoi modelli di plasmazione della vita sociale e di organizzazione del potere e delle istituzioni. Si è guadagnata una sovranità senza precedenti non solo nel mondo del potere economico e finanziario, ma anche nelle università, nei centri studi, nella pubblicistica scientifica, nei media. Mentre l’ossessione della crescita l’ha trasformata in una ideologia del dominio, ispiratrice della cultura del breve termine, dei tempi sempre più accelerati del produrre, consumare, inquinare, vivere.
Ma non è tutto. La potenza manipolativa conseguita dalla scienza – o meglio, dalla sempre più rapida utilizzazione tecnologica delle sue scoperte – dà all’industria e in genere alle attività produttive delle società industriali una capacità senza precedenti di alterazione del mondo vivente. Questa capacità, in mano a potenze private sempre più grandi, è ispirata e orientata da un sapere divenuto una tecnica. È questo dispositivo del produrre e consumare che fornisce oggi all’”homo economicus” mezzi per alterare gli equilibri del pianeta come mai era avvenuto in tutte le epoche passate.
Questa disciplina, nata come economia politica all’interno della cultura umanistica nella seconda metà del diciottesimo secolo, è entrata nel campo delle scienze cosiddette esatte e nella seconda metà del Novecento ha sostituito la fisica come Big Science nelle società dell’Occidente. Sempre di più la sua invadenza imperialistica nella società e nelle istituzioni culturali ha sottoposto a severo scrutinio tutti gli altri saperi, ha chiesto ad essi ragioni della loro utilità. Non una utilità sociale generale, ma una utilità economica sempre più immediata, sempre più strettamente subordinata ai tempi veloci della redditività economica. I saperi umanistici sono stai così messi nell’angolo, costretti a indietreggiare, a giustificarsi, a offrire spiegazioni del proprio operare, del proprio valore di mercato. La filosofia, la storia, la letteratura, l’arte a che servono, quali sono i loro”ritorni”, a quale mercato del lavoro devono servire?
Ebbene, credo che sul piano strettamente teorico e culturale la legittimità di tali richieste sia ormai interamente naufragata. Siamo a un passaggio d’epoca che rende lo scacco storico delle scienze tradizionali non più occultabile. Oggi sono i “saperi inutili” che devono interrogare. Sono essi che oggi ritrovano nuove e potenti ragioni di critica e giudizio. Costituirebbe un segnale di grave arretramento di civiltà se oggi non fossero i saperi umanistici ad uscire dall’angolo e porre essi, all’economia e a tutte le altre tecnoscienze domande fondamentali.
Come è stato possibile, nel giro di pochi decenni, trasformare un orizzonte di prosperità crescente, per lo meno nelle società industrializzate in un avvenire dagli esiti sempre più incerti e inquietanti? Da quali cause discende la trasformazione di un dominio sempre più vasto degli uomini sulla natura in una generale minaccia ai viventi? Per quali ragioni le prospettive globali si presentano oggi come minaccia: dalla qualità del cibo alla continua ricorrenza delle pandemie? Come è possibile che nelle società più ricche che mai siano apparse nella storia umana l’ossessione che asservisce le persone è quella di produrre e consumare sempre di più? Che cosa giustifica il fatto che la prosperità dei paesi ricchi – mentre lascia centinaia di milioni di persone nella miseria e nella fame nel Sud del mondo- non si traduca in accrescimento spirituale, in umana liberazione, in mitezza delle relazioni, ma alimenta rancori, paure, conformismi, conflitti etnici, svuota le democrazie, favorisce torsioni autoritarie nella gestione del potere?

Potremmo ancora porre domande più precise e mirate. Perchè nelle facoltà di economia oggi dominano discipline tutte curvate a servire immediatamente le imprese, i bisogni mutevoli delle tecnologie e del mercato del lavoro, i caratteri più aggressivi dell’economia del nostro tempo? Chi dà uno sguardo ai piani di studio delle facoltà di economia non può non rimanere stupito dalla presenza di così tante economie aziendali, di marketing, di matematica finanziaria. E quali economisti vengono plasmati da simili curricula? E cosa sapranno mai questi giovani economisti europei della società in cui l’economia si svolge, di come esse trasforma le relazioni sociali, di che cosa accade al lavoro umano? Non è il lavoro, ancora oggi, componente essenziale del mondo produttivo e dei servizi? E perché mai è del tutto assente una storia del lavoro, una sociologia del lavoro, in queste facoltà? E da quale disciplina questi giovani apprenderanno mai ciò che l’economia che essi sono chiamati ad alimentare e servire produce nella società dei paesi poveri, sotto forma di mercati asimmetrici, di saccheggio delle risorse naturali, di asservimento del lavoro indigeno, di indebitamento finanziario? E come potranno, questi nuovi cittadini ed intellettuali dell’Europa unita, comprendere le cause profonde del sommovimento di popolazione che da vari angoli della Terra si muove verso di noi in cerca di lavoro, di condizioni più umane di vita? Non dovrebbe rientrare, tale gigantesco processo, nello studio dei fenomeni economici? O lo lasciano ad altri specialisti, ai demografi, ai sociologi, agli antropologi, perché lo studino ciascuno per proprio conto? Ma non è anche da questa frammentazione e divisione dei saperi che procede la presente ingovernabilità del mondo?
Non dobbiamo dunque chieder conto della sua parzialità e frantumazione conoscitiva a una scienza che ha dominato interamente il corso della nostra società? Non dobbiamo denunciare la sua crescente inadeguatezza a cogliere i fenomeni sempre più interrelati e sempre più globali che dobbiamo affrontare? Eppure, la limitatezza di tale approccio, di tale orizzonte di razionalità, appare sempre più evidente. Come ricordava Edgar Morin, con tale procedere “i grandi problemi umani scompaiono a vantaggio dei problemi tecnici particolari L’incapacità di organizzare il sapere sparso e compartimentato porta all’atrofia della disposizione mentale naturale a contestualizzare e a globalizzare. L’intelligenza parcellare, compartimentato, meccanicista, disgiuntiva, riduzionista, spezza il complesso del mondo in frammenti disgiunti, frammenta i problemi, separa ciò che è legato, unidimenzionalizza il multidimensionale. È un’intelligenza miope che il più delle volte finisce con l’essere cieca”.
Noi l’abbiamo appena vista all’opera questa “intelligenza cieca”. La crisi in cui si dibatte l’intera economia mondiale è figlia legittima di questo sistema di razionalità. È davvero degno di nota il fatto che tutta la raffinata ingegnosità matematica, la costellazione luminosa di algoritmi costruita dai cervelli della finanza internazionale negli ultimi anni, sia stata assolutamente incapace di predire alcunché. È rimasta cieca davanti alla catastrofe che avanzava. Eppure si tratta di tecniche che fondano sulla previsione, sulla divinazione del futuro, tutte le loro ragioni operative, oltre che la loro superbia intellettuale. Perfetta e completa prova che le più sofisticate creazioni della tecnica economica sono chiuse in gusci specialistici, utensili ciechi destinati al fallimento di fronte all’indomabile complessità del mondo.
Per concludere, ritorniamo al centro del nostro tema con qualche considerazione di prospettiva. Anche se le istituzioni universitarie tardano a prenderne atto, è fuor di dubbio che oggi le scienze sono attraversate, grazie soprattutto all’ecologia, da una tensione al dialogo fra di esse sempre più significativa. Sapere delle connessioni che intercorrono fra i viventi e fra questi e il loro habitat, l’ecologia non può più essere ignorata da nessuna disciplina. Nessuna di esse può più isolare i fenomeni strappandoli dal contesto complesso in cui si svolgono. Si tratta di una conquista del pensiero umano da cui non si torna indietro. E senza dubbio tale dialogo apre nuove prospettive di collaborazione con le culture umanistiche, con la filosofia innanzi tutto, ma anche con la psicologia, con la storia, l’antropologia. Nuovi scenari possono dischiudersi per la ricerca, nuovi interrogativi possono porsi le scienze stesse, grazie all’innesto e al dialogo con saperi che hanno percorsi, tradizioni, obiettivi diversi d’indagine. E ciò non solo per una normale ricerca di nuove strade di esplorazione conoscitiva, ma soprattutto per una ragione fondamentale: una ragione che segna una svolta radicale rispetto alle scienze che abbiamo ereditato dal ventesimo secolo.
Oggi non abbiamo più alcuna ragione di perpetuare e accrescere il dominio sulla natura. I bisogni dell’umanità presente e futura vanno in altre direzioni. Ciò che l’interesse generale dei popoli della terra chiede alla scienza è un rapporto di cura e conservazione degli equilibri naturali, dai quali dipende l’avvenire economico delle nuove generazioni e le possibilità stesse della vita futura. La scienza deve procedere sulla strada della ricerca e della conoscenza secondo un’etica di responsabilità, capace di contenere la dismisura della potenzialità distruttiva che essa ha raggiunto.
Allo stesso modo noi dobbiamo chiedere alle scienze economiche di incorporare nei propri orizzonti conoscitivi e nei propri fini una nuova cultura degli equilibri naturali, della complessità del mondo vivente. Oggi abbiamo sempre meno bisogno di mettere l’intelligenza, la cultura, l’umana creatività al servizio della crescita economica. Occorre poter affrontare problemi complessi, incrementare il benessere collettivo, migliorare la qualità del vivere sociale. E non può certo essere l’accrescimento continuo di beni e servizi il fine dominante dell’economia, piuttosto un obiettivo più ambizioso, richiesto dalla presente epoca planetaria: la distribuzione delle possibilità di vita per tutti i popoli della terra, una vita degna, ovviamente, in equilibrio con i limiti delle risorse esistenti, in accordo e non in conflitto con la casa comune che ci ospita. Una casa che sarà sempre più affollata nei decenni a venire.
Sono dunque questi i problemi che devono fare il loro ingresso dirompente nelle aule delle nostre università. È il mutamento di paradigma dei saperi, l’organizzazione della loro cooperazione e del loro dialogo, il vero fronte riformatore che occorre rimettere in piedi. E su questo terreno le culture umanistiche possono tornare a giocare un ruolo di prima grandezza. Innanzi tutto perché esse sono n genere portatrici di visioni universali. Costituiscono il più salutare antidoto alla frantumazione specialistica delle scienze novecentesche. E al tempo stesso sono promotori di utilità generali. Pensiamo al ruolo che devono avere il diritto, la sociologia, la politologia, l’antropologia in tutte le questioni globali che abbiamo di fronte, nella formazione di una nuova cittadinanza universale, nella costruzione del cosmopolitismo del nostro secolo.
Ma non meno rilevante è il peso e il rilievo che occorre dare ai saperi disinteressati. Ad essi, alla letteratura, alla storia, alla filosofia, alla musica, all’arte, ai grandi patrimoni spirituali della nostra civiltà, alle fonti della consolazione dell’uomo sulla terra spetta un grandissimo compito: contrastare la razionalità strumentale che ossessiona la nostra epoca, risvegliare le nostre società dal sonno dogmatico di un utilitarismo cieco e devastatore. Occorre costruire una razionalità che rappresenti e governi non una fase di regresso nella storia umana, ma una nuova pagina di civiltà.
Le culture umanistiche, in Europa, oggi hanno anche il compito di formare una gioventù non più chiusa in una visione eurocentrica della storia umana, ma aperta e preparata al dialogo interculturale, capace di arricchire il proprio patrimonio universale con l’universalità delle altre culture.

Ma questo fine è irraggiungibile senza che le università vedano confermata e accresciuta la loro natura pubblica. In un’epoca in cui così tante tecnoscienze particolari e disperse sono in mano privata è ancor più necessario che l’università pubblica abbia un profilo dominante, capace di rappresentare l’interesse generale nelle scelte strategiche della ricerca e della formazione e in grado di orientare lo sviluppo dei vari saperi. Senza di essa, d’altra parte – com’è facile intuire – l’autonomia e la libertà stessa della ricerca e dello studio appaiono gravemente compromesse e a rischio.
In questi ultimi mesi di tracollo economico-finanziario tutti abbiamo potuto vedere che cos’è, in ultima istanza, lo Stato. Che cosa diventa il potere pubblico nel momento del pericolo, allorché l’azione predatoria dei privati ha portato sull’orlo del baratro l’intera architettura economica e finanziaria del mondo. Che cos’è dunque il potere pubblico? In simili casi, esso non è che l’interesse generale in forma di potere. E dunque tale interesse deve valere solo come argine di ultima istanza? Deve intervenire solo quando è prossima la catastrofe? Deve limitarsi anch’esso, come le scienze, a svolgere un ruolo riparatore? O deve ex ante coordinare l’insieme degli interessi privati, piegarli al suo fine superiore e universale?
Tratto da Carta, settimanale, 4 dicembre 2009-12-11
ECOFEST nel Lazio
Dicembre 8, 2009


Prossimi appuntamenti:
12-13 Dicembre 2009- Monterotondo
16-17 Gennaio 2010 – Gaeta
Dopo l’edizione regionale di Ecofest, che si è tenuta a settembre a Frascati, ecco arrivare quelle locali che porteranno i contenuti della tutela ambientale e della sostenibilità nel resto del Lazio.
Ecofest propone numerosi spazi di informazione, dibattito e svago, tutti articolati intorno al tema centrale dell’ambiente, con l’obiettivo di coinvolgere il maggior numero e tipo di persone,associazioni e società interessati alle tematiche ambientali della nostra regione.
In evidenza, nell’edizione di quest’anno, le energie rinnovabili, un tema cruciale per il presente e per l’immediato futuro.
Ecofest è anche una occasione di confronto e riflessione tra istituzioni, imprese, organizzazioni, ricercatori e cittadini intorno a questioni ecologiche e sociali, dalla tutela ambientale allo sviluppo sostenibile, dalla solidarietà ai lavori “verdi”.
Questioni che dobbiamo affrontare insieme per costruire una nuova etica ecologista fondata su stili di vita rispettosi di noi stessi e del pianeta che ci accoglie.
Ognuno di noi è chiamato, oggi, alla conoscenza delle modalità di produzione e consumo di energia, perché dal comportamento di ognuno dipende il futuro della nostra società.
Tale consapevolezza impone la diffusione di ogni informazione utile sulle energie rinnovabili e sul risparmio energetico, e vogliamo fare la nostra parte cercando di rendere comprensibile ed efficace ogni nostra iniziativa, a partire da quelle previste in questa edizione di Ecofest.
Ecofest costituisce infine un momento di crescita sia per i cittadini sia per gli amministratori: da un lato, infatti, si riesce ad attirare l’attenzione di un grande numero di persone attraverso l’esposizione anche divulgativa e divertente dei temi ambientali; dall’altro viene offerta agli amministratori la possibilità di ascoltare in diretta le opinioni dei cittadini.
A tutti saranno presentati diversi esempi di tecnologie concrete dell’abitare sostenibile come i distributori di “Detersivi alla spina” che, con un piccolo gesto, consentono di dare un grande contributo all’ambiente.
Un’America un pò meglio
Dicembre 6, 2009
Quei terroristi del Giornale
Novembre 28, 2009

La crisi rende nervosi, crea paura, confonde, e costringe molti a fare due lavori. Come non essere solidali quindi con Francesco Guzzardi, il valoroso cronista ligure de Il Giornale costretto a scriversi da sé le lettere di minaccia firmate Brigate Rosse, a consegnarle in redazione, a leggere con commozione le mail di solidarietà dei lettori?
Tutto da solo!
Ci chiediamo con angoscia cosa abbia dissuaso Francesco Guzzardi, questo eroe del suo tempo (e purtroppo pure del nostro) dallo spararsi in un piede, dal rapirsi da solo.
Pare di vederlo, nel sonno che si urla da solo «comunista!», magari che studia come gambizzarsi e poi che dichiara (ma questo è vero): «Se chi ha scritto questo messaggio intendeva intimorirmi o addirittura costringermi a tacere, è bene che se lo tolga subito dalla testa». Bravo Guzzardi! Non lasciarti intimorire dalle lettere di minaccia che ti scrivi!
Va detto che la lettera minatoria, vergata a mano, con una stella a cinque punte e la scritta Brigate Rosse non era di quelle piacevoli. Diceva testualmente: «Non abbiamo ancora deciso se spaccare il culo prima al vostro servo Guzzardi l’infame della Val Bisagno e degli sbirri o passare prima da voi molto presto lo scoprirete» (la punteggiatura è tutta sua).
Non esattamente il solito linguaggio brigatista, tanto che qualcuno si era preoccupato: dove andremo a finire se anche le Br cominciano a scrivere come un concorrente del Grande Fratello?
La Digos di Genova, per fortuna, ha messo le cose a posto: è bastato far scrivere due righe al Guzzardi per capire che la vittima delle minacce e il minaccioso brigatista erano la stessa persona. Per fortuna ora è tutto chiarito, possiamo rilassarci, smettere di tremare, leggere con qualche divertimento le lettere di solidarietà all’autominacciato che se la prendono con quei cattivoni di comunisti.E magari andarsi a ripescare le dichiarazioni dei giorni scorsi sul pericolo terrorista.
Il ministro Sacconi: «Prosciugare l’acqua in cui nuotano i pesci dell’eversione!».
Giusto! Bravo! Prenda un po’ di carta assorbente e vada a Il Giornale. Lì c’è da far bene.
di Alessandro Robecchi/Il Manifesto.
Sull’era del mercato pt.3
Novembre 22, 2009

E se lo dicono loro…
[Il capitalismo] non è un successo. Non è intelligente, non è bello, non è virtuoso, e non produce i beni necessari.
In breve, non ci piace, e stiamo cominciando a disprezzarlo. Ma quando ci chiediamo cosa mettere al suo posto restiamo estremamente perplessi.
John Maynard Keynes, principale economista del XX secolo
Pochi mercati potranno mai essere tanto competitivi quanto quelli che sono fioriti in Gran Bretagna nella prima metà del XIX secolo, quando i bambini crescevano deformi e si avviavano a una morte prematura nelle miniere e negli opifici nelle aree industriali dei Midlands occidentali.
E anche oggi esistono numerosi esempi che confermano come i mercati non abbiano alcuna tendenza a promuovere forme di eccellenza.
Non offrono alcuna resistenza alle forze che spingono l’umanità nel baratro della barbarie culturale e della perversione morale
Robert Solow, premio nobel per l’economia
L’unico risultato certo (della politica economica di Reagan basata sul libero mercato) è la ridistribuzione del reddito, della ricchezza e del potere, dai governi alle imprese private, dai lavoratori ai capitalisti e dai poveri ai ricchi.
James Tobin, premio nobel per l’economia
Il maggior problema che il nostro paese si trova ad affrontare è la creazione di due classi sociali, quelli che hanno molto e quelli che non hanno niente.
Il divario crescente tra i redditi delle persone più qualificate e di quelle meno qualificate, tra gli istruiti e gli ignoranti, è davvero un grave pericolo. Se questo divario continua ad allargarsi ci ritroveremo presto nei guai.
L’idea di avere una classe di persone che non comunica con i suoi vicini – proprio quei vicini che si assumono la responsabilità di soddisfare i suoi bisogni primari – è estremamente spiacevole e scoraggiante.
Così non si può andare avanti. Avremo una guerra civile.
La nostra società non può essere aperta e democratica se rimane divisa in due classi. Nel lungo periodo questo è veramente l’unico grave pericolo.
Milton Friedman, premio nobel per l’economia
Sull’era del mercato pt.2
Novembre 15, 2009
I bambini e gli economisti credono che gli uomini che dirigono le nostre grandi aziende passino il loro tempo a cercare nuovi modi di soddisfare i clienti o di migliorare l’efficienza degli uffici e delle fabbriche.
Quello che fanno in realtà è assicurarsi l’appoggio dei governi per tutelare i loro interessi.
Robert Lekachman
Riteniamo che tutte le tendenze associate al comprare o vendere siano antisociali.
Educano a promuovere i propri interessi a danno di altri e nessuna società i cui cittadini siano educati in una scuola del genere potrà mai innalzarsi al di sopra di un bassissimo grado di civilizzazione.
Edward Bellamy
Chi non è pazzo concorda su alcuni punti.
Che è meglio essere vivi che morti, meglio essere ben nutriti che morire di fame, meglio essere liberi che schiavi.
Alcuni desiderano tutte queste cose per se stessi e per i loro amici; sono perfettamente contenti se i loro nemici soffrono.
L’atteggiamento di costoro può essere confutato dalla scienza: l’umanità è diventata a tal punto un’unica famiglia, che non possiamo garantire la nostra prosperità se non garantendo quella di tutti.
Se desideri essere felice da solo, devi rassegnarti a vedere felici anche gli altri.
Bertrand Russell
vignetta di Ignazio Piscitelli
Sull’era del mercato
Novembre 10, 2009
[Con la diffusione del capitalismo] giunse infine un tempo in cui tutto ciò che gli uomini avevano considerato inalienabile divenne oggetto di scambio, di traffico, e poteva essere alienato;
il tempo in cui quelle stesse cose che fino ad allora erano state comunicate ma mai barattate, donate ma mai vendute, acquisite ma mai acquistate – virtù, amore, opinione, scienza, coscienza eccetera – tutto divenne commercio.
E’ il tempo della corruzione generale, della venalità universale.
Non ha lasciato altro legame tra uomo e uomo all’infuori dell’interesse egoistico e del duro principio del “pagamento in contanti”.
Karl Marx
E’ passata l’età della cavalleria. L’età dei sofisti, degli economisti e dei calcolatori incombe su di noi: e la gloria d’Europa si è spenta per sempre.
Edmund Burke
Le relazioni umane su questa terra non sono mai state guidate a lungo dai pagamenti in denaro.
Se, in qualunque momento, si dovesse affermare quale rappresentante dei comportamenti umani una filososfia del laissez-faire, della concorrenza e della domanda e dell’offerta, dovremmo aspettarci che non durerà a lungo.
Thomas Carlyle




