Posted in ottobre 2011

Protestant Fundamentalism in the U.S.

This is an article I wrote in 2010 during a course on religious terror:

WHAT ARE THE LINKS BETWEEN “ARMY OF GOD” TERRORISM AND PROTESTANT FUNDAMENTALISM?

Recent American history is dotted with the emerging of fanatic Christian groups, both in the form of a highly mediated and broadcasted Protestant fundamentalism, well-symbolized by Reverend Jerry Falwell’s rise in the 1980s, and fierce terrorist acts mainly due to the “Army of God”‘s anti-abortion network.

The aim of this work is to search and analyze the connections between these two large waves of extremist religious behavior and their impact on contemporary American society. 

As most religious terrorist groups, American Christian extremists have always referred to particular segments of biblical narrative to justify their killings and acts of violence, and it is usually in the Bible that they steadily look for guidelines and exhortations in order to pursue their Providence-led crimes.

Among the lines that they commonly use to herald, often accompanied by images of their targets, we may find Psalm 94:16 (Who will rise up for me against the evildoers? Or who will stand up for me against the workers of iniquity?) or Psalm 55:15 (Let death seize upon them, and let them go down quick into hell: for wickedness is in their dwellings, and among them).

At a first glance, these anti-abortion groups and the contemporary Protestant Fundamentalists, with their long sequence of “moral” campaigns as much as frequent scandals, do not appear to be directly related, even if they both developed and reached their pick in public attention during the 1980s.

A cultural movement swept through many American fundamentalist communities during the 1980s. Under the leadership of the Reverend Jerry Falwell and allied preachers, millions of inerrant Bible believers broke old taboos constraining their interactions with outsiders, claimed new cultural territory, and refashioned themselves in church services, Bible studies, books and pamphlets, classrooms, families, daily life, and the public arena. In the process, they altered what it meant to be a fundamentalist and reconfigured the large fellowship of born-again Christians, the rules of national public discourse, and the meaning of modernity. So they “transformed themselves from a marginal, antiwordly, separatist people into a visible and vocal public force”

Terrorist groups, such as the Army of God, the American Coalition of Life Activists, or the more recent (his actions go back to the current year) Repent Amarillo bring the fundamentalist agenda to another level, rejecting the authority of the Supreme Court and in general of the Government itself, arguing explicitly that the only effective means to wipe out modernity’s abominations are a chain of massacres and bloodsheds in order to bring the country to a civil war.

While the first two organizations named above are focused mainly on the anti-abortion matter, the Texas-based R.A. (which, however, considers itself part of the A.o.G.) goes beyond, being characterized by a much more local approach. As reported on their website:

“Repent Amarillo is a repentance-based ministry dedicated to reaching out to the mission field of 67,000+ people in the Amarillo area who profess no faith in Jesus Christ. It is a ministry committed to the fulfillment of Christ’s commandment of the great commission. As Christians, we cannot stand by and watch 67,000 of our neighbors walking through the gates of hell.”…

To read the entire text click here:

THE LINKS BETWEEN ARMY OF GOD TERRORISM AND PROTESTANT FUNDAMENTALISM

and here’s an interesting HBO documentary about these fools:

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Thomas Sankara

<<Parlo in nome delle madri dei nostri paesi impoveriti che vedono i loro bambini morire di malaria o di diarrea e che ignorano che esistono per salvarli dei mezzi semplici che la scienza delle multinazionali non offre loro, preferendo piuttosto investire nei laboratori cosmetici, nella chirurgia estetica a beneficio dei capricci di pochi uomini e donne il cui fascino è minacciato dagli eccessi di calorie nei pasti, così abbondanti e regolari da dare le vertigini a noi del Sahel.>>

Thomas Sankara (1949-1987) fu il presidente del Burkina Faso, paese tra i più poveri dell’Africa ed ex-colonia francese.
In soli 4 anni di governo riuscì a risollevare il suo paese oppresso dalla fame e dalla povertà e lo fece sfruttando le esigue risorse che questo poteva offrire. Dopo la sua morte il Burkina Faso ripiombò nella miseria.

In questo famoso discorso, tenuto nell’ambito della 25° conferenza dell’Organizzazione dell’Unità Africana (oggi sostituita dall’Unione Africana), ritroviamo anche la previsione del suo assassinio, che avverrà tre mesi dopo, durante il colpo di stato del suo ex-compagno Blaise Compaorè, con l’appoggio di Francia e Stati Uniti.

Molto interessante è anche il discorso all’ONU del 1984, dove Sankara toccò in particolare il tema dell’assistenza e della “cooperazione internazionale per lo sviluppo” (quello che io studio all’università), denunciando contraddizioni che ancora oggi stentano a scomparire.

Tra le tante iniziative adottate mentre era al governo:

- Lotta contro la corruzione, promozione della riforestazione, dell’accesso all’acqua potabile per tutti. Educazione e salute priorità del governo

-Soppressione dei privilegi degli chef (capi tribali)

-Vendita della flotta di Mercedes del governo. Renault 5 (l’auto più economica in Burkina Faso in quel periodo) come auto di servizio per i ministri, con il divieto di avere autisti.

-Inclusione nel governo di numerose donne, condanna dell’infibulazione e della poligamia, promozione della contraccezione

-Promozione di un fronte economico africano, autonomo rispetto ad USA ed Europa

-Primo governo africano a dichiarare che l’AIDS era la più grande minaccia per l’Africa. Costruzione di centri sanitari in ogni villaggio burkinabé (l’Unicef definì la campagna di vaccinazione effettuata sui bambini, la più grande registrata nel mondo) e cantieri per opere idrauliche, creando un Ministero dell’Acqua

-Ridenominazione del paese da Alto Volta in Burkina Faso (terra degli uomini giusti)

-Riduzione dei salari di tutti i dipendenti pubblici (compreso quello del presidente). Divieto di biglietti aerei di prima classe per il governo

-Redistribuzione delle terre tolte al latifondisti, consegnate direttamente ai contadini. La produzione di grano aumentò in tre anni  da 1700 a 3800 kg per ettaro, permettendo così al paese di raggiungere l’autosufficienza alimentare

-Rifiuto di far appendere la propria immagine negli uffici (come era uso dei leader africani): “Ci sono sette milioni di Thomas Sankara”

-Realizzazione della ferrovia del Sahel, linea che collega Ouagadougou al confine con il Niger, nonostante molti economisti non lo ritenevano un progetto redditizio. Tale opera, successivamente ampliata, costituisce tuttora la principale via di comunicazione del Paese

-Opposizione agli aiuti stranieri: “Colui che ti nutre, ti controlla”

-Richiesta all’Assemblea Generale di sospendere Israele ed espellere il Sud Africa dalle Nazioni Unite (vedi discorso linkato su)

-Chiara denuncia della penetrazione neocoloniale dell’Africa attraverso le multinazionali, i programmi d’aggiustamento e il conseguente indebitamento imposto dalle istituzioni finanziarie occidentali

-Conversione dello spaccio riservato ai militari a Ougadogou in un supermercato statale aperto a tutti (il primo supermercato nel paese)

-Rifiuto dell’aria condizionata nel suo ufficio, in quanto lusso che solo una manciata di burkinabè poteva permettersi

-Limitazione del suo salario a 450$ mensili, e dei suoi possedimenti a un’auto, quattro biciclette, tre chitarre e un frigorifero

fonti wikipedia

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Contro il reddito garantito

Un articolo uscito sul manifesto nel 2006 illustrava bene le contraddizioni di questa proposta, soprattutto da un punto di vista marxista e di vera opposizione sociale.
In sintesi a me sembra una maniera per aumentare la pressione sui lavoratori, dando soldi a chi alla fine non tiene voglia di “faticà”. Invece di assecondare le logiche del sistema, bisogna mirare a condizioni migliori per tutto il mondo del lavoro.

Le tante trappole del «reddito garantito»

Giovanna Vertova *

E’ uscito recentemente il libro Reddito garantito e nuovi diritti sociali, frutto di una ricerca dell’Assessorato al Lavoro, Pari Opportunità e Politiche Giovanili della Regione Lazio. L’idea è di offrire delle linee guida alle amministrazioni regionali che intendono proporre forme di basic income. Il volume è importante per due motivi. Formula una proposta politica precisa di reddito garantito, all’interno di una visione più complessa che mira alla revisione ed all’aggiornamento di un sistema di welfare per adeguarlo al nuovo capitalismo flessibile. Fornisce, inoltre, una dettagliata analisi di simili iniziative a livello europeo. La proposta nasce dall’esigenza di pensare ad un nuovo sistema di welfare che tenga conto della precarietà, ormai dilagante. La nuova organizzazione del lavoro nei paesi a capitalismo avanzato mette in discussione la distinzione netta tra tempo di lavoro e tempo libero, occupazione e inoccupazione. Occorre, quindi, inventare nuove forme di protezione sociale. Nel capitolo «Il reddito per chi, quando, quanto, come e da chi» si suggeriscono le risposte alle domande che un amministratore dovrebbe porsi nel caso volesse introdurre una simile misura: per chi? quanto? quando? come? da chi?. Per chi: a «coloro che vivono sotto una certa soglia di reddito (sia esso il salario minimo, la pensione sociale o altro)» (p.76). E, comunque, per tutti i precari in condizioni di non lavoro e per i soggetti in stato di povertà sotto una soglia minima accettabile. Si pensa così di riuscire anche a frenare la corsa verso il basso dei salari reali: i lavoratori avrebbero l’opportunità di rifiutare lavori servili e poco remunerati, riducendo l’offerta di lavoro e spingendo la retribuzione del lavoro «tradizionale» verso l’alto. Quanto: non viene data una risposta precisa, ma si ricorda che l’ammontare deve essere calcolato tenendo in considerazione i suoi effetti sul livello della spesa pubblica. Quando: «nei casi di squilibrio sociale indotto dalla precarietà, laddove gli individui sono posti di fronte ad una disuguaglianza di opportunità dovuta all’assenza di un reddito adeguato» (p. 80). Come: «l’erogazione potrebbe comporsi sia di una parte monetaria, sia di una parte offerta in natura» (p. 93). Il reddito garantito dovrebbe essere articolato sia come diretto (erogazione monetaria) che come indiretto (erogazione di beni e servizi primari), includendo l’allargamento delle tradizionali forme di garanzia del lavoro così detto «fordista» (ferie, malattie, maternità, etc.) ai lavoratori precari. Da chi: le Regioni sarebbero maggiormente attive sul piano dell’erogazione dei beni e servizi primari, lo Stato centrale sul piano dell’erogazione monetaria. Condivido l’urgenza di ripensare un sistema di welfare adeguato al nuovo cosiddetto «capitalismo flessibile». Se ci si muove nella direzione del basic income mi sembrerebbe però più ragionevole pensare ad un reddito di esistenza per tutti, incondizionato. Si tratta, è chiaro, di un’idea di difficile applicazione in Italia, perché richiederebbe un sistema fiscale molto progressivo, capace di combattere davvero evasione ed elusione. La proposta, tuttavia, non convince né teoricamente né politicamente. Dal punto di vista teorico, rilevo i seguenti limiti. Erogare un reddito garantito solo ad alcune categorie di soggetti rischia di aumentare la frammentazione del lavoro. Il nuovo capitalismo è riuscito pienamente a dividere il lavoro, ad individualizzare la prestazione lavorativa e a mettere in contrapposizione gli interessi dei ‘garantiti’ (quantitativamente decrescenti) con quelli dei ‘precari’. Occorre piuttosto ricomporre il mondo del lavoro e disegnare interventi politici che sottolineino come la precarizzazione, sia pure in forme diverse, sia un fenomeno trasversale. Bisogna evitare la divisione della società in due sfere, poiché la precarietà non colpisce solo certe fasce di popolazione. Siamo di fronte ad una precarizzazione generale. Se si vuole capirne il significato, non ci si può limitare a registrare che i nuovi entranti sul mercato del lavoro sono sempre più figure con contratti atipici. Infatti, a seconda del ciclo economico, è possibile che si abbia una successiva regolarizzazione di questi lavoratori: e si rimane sguarniti rispetto ad obiezioni alla Ichino (Corriere della Sera, 15/05/06) che chiedono una riduzione delle garanzie dei lavoratori a tempo indeterminato per combattere davvero la precarietà dei «giovani». La vera funzione della precarizzazione sta in altro: nello stabilire un permanente potere di ricatto che rende poco contestabile il comando del capitale dentro il processo di valorizzazione, dentro i luoghi di lavoro. Quale che sia la qualità del lavoro, e talora addirittura quale che sia il salario. Si può aggiungere che il reddito garantito rischia di spingere tutta la struttura dei salari verso il basso, contrariamente a quanto sostenuto nel volume. I «padroni» avrebbero tutto l’interesse a ridurre i salari, visto che il lavoratore percepisce anche il reddito garantito. Si indebolisce così, contro le intenzioni, la capacità contrattuale di tutti i lavoratori. Si favorisce, di conseguenza, l’istituirsi di un compromesso malsano tra lavoratori e padroni: i primi offrono salari e posti saltuari, i secondi li accettano perché intanto c’è il reddito garantito. Così i ‘lavori buoni’ spariscono e i ‘lavori cattivi’ dilagano. Oltretutto, misure redistributive di questo tipo (come il reddito garantito, di esistenza, di cittadinanza, etc.) assumono, più o meno esplicitamente, che il capitalismo contemporaneo produca valore e plusvalore in modo stabile, e si basano su interpretazioni del medesimo quanto meno approssimative, anche se diventate ormai luoghi comuni (l’economia della conoscenza, il post-fordismo, etc.). Le classiche forme di redistribuzione hanno funzionato quando collocate in un contesto macroeconomico ben più sostenibile di quello presente. Basti ricordare i ricorrenti fenomeni di instabilità sia reale che finanziaria che si sono susseguiti negli anni più recenti, che rendono le misure meramente redistributive alquanto illusorie, come quella che così si possa davvero sostenere la domanda effettiva. Si riproduce così un vecchio errore del sottoconsumismo, e si dimentica che la dinamica macroeconomica è sostenuta dalle componenti autonome della domanda: investimenti, esportazioni nette, spesa pubblica, il consumo gestito oggi «dall’alto» dalla politica monetaria. La redistribuzione potrà spingere verso l’alto la domanda effettiva solo dentro una politica economica alternativa caratterizzata da una ridefinzione strutturale molto più forte della domanda e dell’offerta, ben diversa dalla pallida ri-regolazione e politica industriale per incentivi e disincentivi, di cui il nuovo governo sembra farsi promotore. Misure come il reddito garantito possono forse rendere più sopportabile la precarietà nel breve periodo, ma non la eliminano: semmai la cristallizzano e la congelano. Determinano condizioni di maggior debolezza per i lavoratori, poiché rendono più accettabile la frammentazione del lavoro e conducono all’abbandono della lotta per un lavoro vero e garantito per tutti. Politicamente un impianto del genere sembra fatto apposta per creare le basi di uno scambio con la sinistra «moderata»: accettazione più o meno dichiarata della flessibilità in cambio di un qualche sostegno al reddito. Magari affiancata alla riduzione del cuneo fiscale che, ancora una volta, riproduce una idea di ripresa basata sul basso costo del lavoro e che scarica gli effetti sulle politiche, appunto, assistenziali. La triste storia del programma dell’Unione circa la Legge 30 (superamento o cancellazione?) ci insegna qualcosa?

* prof.ssa – università di Bergamo

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