IL CROLLO DEL MURO DI CARTA – da Bretton Woods al G.7

Gianfranco Pala, relazione all’Istituto universitario orientale, Napoli 24 gennaio 1994

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Nel sistema capitalistico ciò si presenta nella forma più clamorosa e grottesca di assurda contraddizione e controsenso, perché con lo sviluppo del sistema creditizio, la produzione capitalistica tende continuamente a sopprimere questa barriera metallica, al tempo stesso concreta e fantastica, della ricchezza e del suo movimento, ma continuamente sbatte la testa contro di essa.

[Karl Marx, Il capitale, III libro, V sezione, cap.35.i]


La “barriera metallica, al tempo stesso concreta e fantastica” – di cui parla Marx – il controsenso grottesco e assurdo dello sviluppo della ricchezza nella sua forma capitalistica, è costituita dal denaro: denaro come capitale, ovviamente, dalla sua forma monetaria a quella creditizia. Il fatto che la peculiare forma capitalistica storica della produzione sociale “continuamente sbatte la testa contro di essa” è il segno più evidente dell’incapacità di vederne genesi, trasformazioni, limiti. La superficialità di codesto atteggiamento ideologico è tale da non essere capace di fuoriuscire dall’angustia dell’“orizzonte borghese, in cui il concludere affarucci occupa tutta la mente, di non vedere nel carattere del modo di produzione il fondamento del modo di circolazione a esso corrispondente, ma viceversa” [ivi].
I fenomeni economici, che nell’era contemporanea – quella dell’imperialismo, in particolare nella sua fase transnazionale – appaiono sempre più, al primo impatto, nella loro forma monetaria, hanno un ben diverso fondamento. E che i fatti monetari si pongano alla ribalta delle questioni internazionali che si svolgono sul mercato mondiale è fuor di dubbio, sia nei termini della superficiale informazione di massa, e sia pure in quelli degli organismi sovranazionali, alla cui testa sono il Fondo monetario internazionale [Fmi] e la Banca internazionale per la ricostruzione e lo sviluppo [Birs] (o, più brevemente, Banca mondiale [Bm]). Ma siffatta prevalenza non deve trarre in inganno.
A proposito delle questioni monetarie vi era, già dalla metà del secolo scorso, una tendenza teorica al fraintendimento da parte degli economisti “monetaristi” dell’epoca. Marx avvertiva che “non si trattava più di fenomeni economici isolati, come il deprezzamento dei metalli preziosi nel xvi e xvii secolo, di cui si occupò Hume, o il deprezzamento della carta-moneta durante il xviii e all’inizio del xix secolo, di cui si interessò Ricardo, ma delle grandi tempeste del mercato mondiale, in cui si scatena il conflitto di tutti gli elementi della produzione borghese, la cui origine, e i mezzi per fronteggiarla, venivano ricercati nella sfera più superficiale e astratta di questo processo, la sfera della circolazione monetaria. La premessa puramente teorica da cui parte la scuola di questi meteorologi economici non è altro in realtà se non il dogma secondo il quale Ricardo ha scoperto le leggi della circolazione puramente metallica. Ciò che ad essi rimaneva da fare era di sottomettere a queste leggi il credito e la circolazione delle banconote”. Quella rappresentazione dogmatica “giungeva quindi straordinariamente a proposito, poiché essa dava a una tautologia l’apparenza di un rapporto di causa a effetto. Una volta ammessa la trasformazione della tautologia in un rapporto di causa a effetto, tutto il resto procede facilmente” [Marx, C, iii.34].
I moderni “meteorologi dell’economia” non sono da meno dei loro predecessori, e pensano ancora di poter risolvere i problemi seri del mondo aggirandosi nella sfera superficiale della circolazione monetaria. Dato che quando le cose fluiscono regolarmente quel loro agire sembra proficuo, essi continuano alla stessa maniera anche nelle fasi della crisi. Ma, inevitabilmente, così facendo i sottostanti problemi reali non si risolvono, semmai si aggravano. È per tale insieme di ragioni che le gravi contraddizioni dell’economia mondiale, che si trascinano anzi ormai da un quarto di secolo, non possono certo essere superate per “via monetaria”, come quei “meteorologi” pretenderebbero.
Oggi, costoro sono gli “esperti” che occupano gli uffici di quegli organismi sovranazionali e siedono ai tavoli dei vari gruppi del potere imperialistico internazionale – i cosiddetti “G.” con un numero appresso. [Si sa che quanto più grande è quel numero tanto meno in alto il corrispondente gruppo è situato nell’appropriato ordine gerarchico: G.3 (Usa, Germania, Giappone), G.5 (G.3 più Regno Unito, Francia), G.7 (G.5 più Italia, Canada), G.10 (G.7 più Belgio, Olanda, Svezia); G.22 ora diventato G.24 (G.5 più 19 rappresentanti eletti dai restanti 173 paesi, con precise regole di dominanza: gli “eletti” provengono, quasi d’obbligo, da Italia, Canada, Belgio, Olanda, Svezia (o altro paese scandinavo), Svizzera, Arabia Saudita, Australia, Messico, Brasile, Argentina, Egitto, Iran, India, Indonesia, Zambia, Capo Verde, più, ora, Russia e Cina); quest’ultimo è l’originale organismo dei “direttori esecutivi”; gli altri sono i reali centri di “compensazione” del potere mondiale, operanti nella prassi nei vari “vertici” convocati secondo necessità; si sappia che al 13 ottobre 1993, i paesi membri erano 178 (10 dei quali in “sospeso”: Haiti, Irak, Libano, Liberia, Sierra Leone, Somalia, Sudan, Tagikhstan, Zaire, Zambia); il totale delle quote sottoscritte è di 144,8 mrd dsp [i cosiddetti diritti speciali di prelievo - v. dopo] (pari a un po’ più di 200 mrd $); esse sono così ripartite: Usa 18,31%, Germania e Giappone 5,69%, Regno unito e Francia 5,12%, Arabia saudita 3,54%, Italia 3,17%, Canada e Russia 2,98%, Olanda e Cina 2,37% (il diritto di veto è esercitato col 15% delle quote – ossia, da soli unicamente dagli Usa, e per gli altri paesi almeno da tre congiuntamente!)].

Il quadro del declino Usa, nelle fasi dell’ultima crisi, inquadra agevolmente le mutevoli vicende del Fmi e dei “vertici” a esso collegati. Per quanto qui maggiormente interessa, a un punto d’approdo di tale crisi corrisponde il varo del G.7, che risale al 1986, fase critica dell’avanzato declino Usa. L’epoca del pieno dominio Usa fu quella compresa tra la fine della ii guerra mondiale e gli ultimi anni sessanta – l’epoca della guerra fredda e del funzionamento originario del Fmi e degli altri organismi sovranazionali postbellici (i loro primi venticinque anni su cinquanta) – l’epoca che Victor Perlo ebbe a definire l’”economia di guerra in tempo di pace”. Non è per caso, dunque, che con le fasi di questo periodo coincidano le tappe e i mutamenti del sistema di Bretton Woods [di cui poi si parlerà un po’ più specificamente]. Pertanto, al fine di meglio comprendere le trasformazioni di codesto sistema sovranazionale è utile seguire, per grandi linee, gli avvenimenti che hanno segnato la storia recente del potere Usa.
Il capitale americano cominciò, appunto, a sviluppare la pienezza della sua capacità egemonica con l’eco­nomia di guerra, avviata e protetta dal nuovo corso di Roosevelt, alla fine degli anni 1930. Con il riarmo roo­seveltiano, tra il 1939 e il 1944 gli acquisti pubblici presso l’industria privata crebbero di sette volte: fu quello l’atto di nascita di ciò che lo staff di Eisenhower chiamò poi – a guerra finita, con l’imposizione della pax amerikana – il complesso militare-industriale. L’intersettorialità dell’apparato industriale era ed è tale da rovesciarsi sull’intera economia. Si dispiegava così il ruolo dello stato federale americano a sostegno dei monopoli a base Usa, per la loro occupazione dello spazio mondiale.
Si andava così affermando la concezione di un mercato mondiale come spazio di esistenza, specifico e perfettamente integrato, dei monopoli multinazionali prima e transnazionali poi. Il piano Marshall – come le altre simili iniziative yankees nei continenti extraeuropei, a integrazione del sistema di Bretton Woods, nella sua definizione statunitense – fu il sigillo dell’egemonia Usa. Ancora oggi, con il 5% della popolazione mon­diale, il capitale Usa controlla il 25% della produzione mondiale; un 2‰ di yankees ne controlla più del 10% poiché la concentrazione del reddito Usa è tale che il 5% della popolazione ne possieda quasi la metà, e ben il 90% del fatturato industriale sia concentrato soltanto nelle 13 maggiori imprese. Quella strategia portò il capitale transnazionale a base Usa a controllare i settori chiave dell’industria manifatturiera (decisamente oltre a quelli energetici, e petroliferi in particolare, che ne rappresentano una parte, certo importante, ma non determinante – e la cui incidenza è stata sicuramente sopravvalutata dalla propaganda ideologica del potere.
È con lo sviluppo dell’ultima crisi, tuttavia, che si evidenzia meglio come la struttura eisenhoweriana del complesso militare-industriale sia rimasta la base dello stato Usa, il cui ruolo a sostegno del grande capitale finanziario in difficoltà è stato esaltato ogni oltre evidenza, con la maschera del “liberomercato”, soprattutto da Reagan. Sotto il suo governo, proprio nel nome di un “privato” presuntivamente contrapposto a un falso “meno stato”, è stato favorito il “più mercato” attraverso il più alto intervento mai registrato di spesa pubblica a favore dell’industria e degli affari connessi: le sole spese militari sono aumentate del 100% in dieci anni, superando i livelli record delle due “guerre in tempo di pace”, Corea e Vietnam.
L’altra faccia di questa economia di guerra in tempo di (crisi della) pace è stata l’erosione continua, ed è ora la sostanziale demolizione, del cosiddetto stato sociale [il “warfare” state contro il “welfare” state, per dirla secondo l’uso della polemica pubblicistica americana]. Siffatta connessione consente anche di comprendere ciò che le illusioni riformiste rifiutano ostinatamente di vedere: ossia, che l’andamento della spesa pubblica sociale è strettamente correlato (con un ovvio sfasamento temporale) con le fasi del ciclo di accumulazione del capitale, in quanto spesa organica e funzionale alla produzione e circolazione del plusvalore. Il capitale è costretto – certo, anche sotto le pressioni delle contraddizioni di classe – ad allargare tale spesa nelle fasi di espansione del ciclo, per le sue stesse necessità di realizzazione del plusvalore e di allargamento della sua riproduzione: è ovvio, dunque, che essa venga parimenti e corrispondentemente ristretta nelle fasi di recessione e stagnazione.
Il problema della scelta strategica della spesa pubblica in disavanzo è quasi sempre impropriamente attribuito alle politiche keynesiane [quella pratica fu già anticipata dal dr. Schacht, prima governatore della banca centrale tedesca e poi super-ministro dell’economia nazista, nel passaggio dalla repubblica di Weimar al terzo reich, che lo vide protagonista, gestore della “continuità” degli interessi del grande capitale finanziario]. Quel problema – con tutte le sue eventuali difficoltà emergenti – viene nutrito proprio dalla politica statale di spesa a sostegno del capitale, con particolare incidenza per l’“economia di guerra”. È conseguenza ovvia, pertanto, che la formazione del disavanzo sia regolarmente accompagnata da sgravi fiscali verso le classi medio-alte e il capitale stesso. La grande borghesia si dispone a usare il proprio stato per i propri bisogni, soprattutto nelle fasi di difficoltà. Tuttavia – proprio allorquando l’autoriproduzione del capitale ha difficoltà ad allargarsi e rallenta, e l’accumulazione perciò ristagna – la mancata copertura del disavanzo stesso per la carenza di nuovo plusvalore si avvolge in una spirale crescente e la crisi di liquidità impone le sue leggi.

È attraverso tale percorso che, oggi, il disavanzo interno Usa ha raggiunto il livello da primato di circa 300 mmrd $, ossia in lire più o meno mezzo milione di miliardi [basti pensare, più in piccolo, all’Italia, col suo disavanzo di quasi 200 mmrd ₤ e col suo debito dell’ordine di grandezza dei 2 mlnmrd! ₤]. D’altronde, la dimensione internazionale del capitale Usa – della sua espansione e delle sue contraddizioni – ha fatto sì che con quel disavanzo interno fosse parallelamente cresciuto il disavanzo “gemello” con l’estero. Esso, che fu dovuto primariamente al finanziamento internazionale di capitali per investimenti all’estero, si è rovesciato poi anche sulla bilancia commerciale, a causa dell’aumento delle importazioni di merci [in connessione con le esigenze di acquisto di un’economia imperialistica, con l’aumentata concorrenza internazionale e con le conseguenti tendenze protezionistiche].
La gestione e il controllo di tali disavanzi – e qui interessa soprattutto quello internazionale – caratterizzano dunque le diverse fasi dell’ultimo mezzo secolo di storia dell’imperialismo transnazionale. Proprio per cogliere la peculiarità degli accadimenti economici del secondo dopoguerra, risulta significativo un sintetico confronto con le fasi precedenti. La “storia” del dominio Usa, così, assume una sua efficace rappresentazione attraverso la serie statistica degli investimenti diretti esteri [il cui acronimo è ide]: dal miliardo di dollari di inizio secolo si passa appena a 4 dopo la prima guerra mondiale; sono ancora solo 12 nel 1950, ma 124 nel 1975 e 327 nel 1988. Sommando anche gli investimenti di portafoglio (sempre a carattere finanziario) ormai si superano di parecchio i mille miliardi di dollari [ossia, una somma superiore ai 2 mlnmrd ₤ – ossia più del pil italiano]. Questo è il quadro di riferimento entro cui valutare le condizioni operative degli organismi finanziari sovranazionali [Fmi, Bm, G.7, ecc.].
L’odierna peculiarità del capitale transnazionale non è più data solo, o prevalentemente, dal trasferimento diretto di capitale proveniente dalla “base” originaria, per fare nuovi investimenti nei punti di destinazione. La parte maggiore la svolge il reinvestimento effettuato in loco a opera delle sezioni distaccate e delle filiali già operanti nei territori coperti dalla rete mondiale di quel medesimo capitale monopolistico finanziario. Il capitalismo, d’altronde, conquistando nuovi mercati e nuovi territori, non esporta solo capitale e merci, ma il suo stesso modo di produzione. Paesi dominati, con strutture precapitalistiche un tempo coloniali, si trasformano così a loro volta in nuove potenze capitalistiche. Sono potenzialmente questi i nuovi concorrenti sul mercato mondiale. Tale processo è già più che evidente per Germania e Giappone, peraltro affacciatisi al proscenio imperialistico, con alterne fortune, fin dalla fine del secolo scorso. Ma oramai analoghe considerazioni possono farsi guardando alla triplicata crescita del reddito di alcuni paesi già dominati o “fuori mercato” [ci si riferisce ai cosiddetti paesi di nuova industrializzazione (siglati come Nic’s), e in prospettiva ancor più alla Cina “comunista”].
Tuttavia, il problema per il capitale mondiale consiste precisamente nel ritrovare condizioni e spazi – internazionali ma anche interni – per l’accumulazione, per la produzione di plusvalore (in termini reali, attesoché quelli monetari intervengano post festum), e dunque per la fuoriuscita dalla crisi. Ma tutto ciò implica lotta di classe, sia come lotta tra le classi, sia come lotta entro la classe della grande borghesia finanziaria transnazionale. La sfida agli Usa, lanciata da Giappone e Germania, riemergenti dalla sconfitta bellica, cominciò a sostanziarsi significativamente proprio allorché fu raggiunto l’acme dell’egemonia americana – diciamo verso il termine dei venticinque anni dalla fine della ii guerra mondiale.
Tuttavia – faticosamente giunti al “fatidico” 1971, dopo i primi quattro o cinque anni di insicurezza e difficoltà statunitense – con un lento ma continuo progredire fino a oggi, l’Europa a guida tedesca e il Giappone non hanno esitato a porsi strategicamente contro il dominio Usa. Gli stessi dati statistici economici più semplici sono significativi: negli ultimi vent’anni, di contro a un 2,5% del ritmo medio di sviluppo in Usa, si è avuto un 3% per la Ce e un 4,5% per il Giappone (e la crisi che colpisce, endemicamente anche se saltuariamente, pure questi ultimi non comporta certo un vantaggio per l’area americana, che anzi, al cospetto di un mercato mondiale stagnante, accentua il suo declino).
Con la crisi iniziatasi alla fine degli anni 1960, si sono via via prodotte e accumulate conseguenze generali gravi, dovute sia al lento trascinarsi della crisi stessa, sia alla sua prolungata e dura gestione imperialistica. Così, si sono venute determinando situazioni di dopo-crisi – non solo economiche, ma anche sociali, istituzionali e culturali – in tutto corrispondenti a quelle di un dopo-guerra. Non è una novità – e la corretta lezione degli studi del barone gen. von Clausewitz, fine allievo di Hegel, al di là di facili slogan, lo insegna bene – che tra politica e guerra vi sia una stretta continuità dialettica, perseguendo entrambe le stesse finalità di dominio di classe, con strumenti e armi adeguate alle diversità delle fasi. Dunque, anche la crisi dell’economia e della politica non può non avere effetti devastanti, sia pure apparentemente meno violenti ed evidenti, più elastici e prolungati.
Viceversa, questo stretto legame dialettico è volutamente ignorato, ed esorcizzato, dagli ideologi borghesi. Per costoro, meno si parla di crisi è meglio è: e anche quando siano costretti a farlo, lo fanno per invocare sacrifici, partecipazione e consenso, imposti ai sudditi. Pertanto, come, e forse più che per i loro predecessori, anche per i moderni meteorologi economici la crisi è meglio che non esista – ovvero che essa si manifesti solo come crisi dei mercati monetari e valutari e, di conseguenza, investa principalmente la competenza delle istituzioni nazionali e sovranazionali preposte a tali compiti. Quella che per tali ideologi non esiste è la crisi reale da sovraproduzione, la saturazione del mercato mondiale che impedisce al capitale di continuare ad autovalorizzarsi. Cosicché le misure da prendere vengano tutte rabbassate ad alchimie monetaristiche, quasi che tali misure siano, esse, in grado di raddrizzare il cattivo andare delle cose economiche: invertendo causa ed effetto, appunto, come già ammoniva Marx nella sua critica.
Tutte le precauzioni seguite per esorcizzare le crisi, dalla fine del secolo scorso a oggi, passando per gli accordi di Bretton Woods, si sono affidate alla regolamentazione del “modo di circolazione” e non del modo di produzione: né potrebbe essere altrimenti, per chi considera “sacro” il sistema capitalistico. Si può notare, di passaggio, come sia affatto curioso l’atteggiamento borghese rispetto all’oro: dal considerarlo quale simbolo massimo della ricchezza, al dimenticarlo quando la produzione e lo scambio di merci procede spedito, al precipitarlo nel nulla di fronte alla circolazione cartacea e al credito, per poi rituffarcisi dentro non appena le contraddizioni e le crisi non offrano prospettive rosee.
La breve “storia dell’oro” in questo secolo è istruttiva, in particolare con riferimento agli sviluppi degli assetti del potere internazionale postbellico. Non è per caso che l’oro dominasse incontrastato, col cosiddetto gold standard, solo fino al 1913, ossia alla vigilia della prima guerra mondiale imperialistica. Poi, dopo quella guerra, la grande instabilità economica e politica che seguì, si tradusse in un sistema di cambi fluttuanti (tra il 1919 e il 1925), ripiegando provvisoriamente e precariamente sul cosiddetto gold exchange standard, basato su una sterlina non più certo sovrana indiscussa, ancorata all’oro (tra il 1926 e il 1931). Dopo la “grande crisi del 1929”, le cui cause reali di arresto dell’accumulazione e crollo dell’occupazione furono ben più profonde e radicate di quanto il “venerdì nero” di Wall street potesse illustrare – gli effetti monetari portarono alla dichiarazione di inconvertibilità della sterlina, dal settembre 1931. Il protezionismo degli anni 1930 (con tutte le vicissitudini economiche del periodo, su cui qui non serve soffermarsi oltre) fu rappresentato da una flessibilità controllata dei cambi, fino alla ii guerra (1939). Era questo il quadro d’anteguerra in cui Roosevelt cominciò ad attaccare il dominio britannico [arroccatosi nel sistema di “preferenze imperiali” stabilito a Ottawa (1931)], che cercava di resistere al suo dissolvimento.
22 luglio 1944: “accordi” di Bretton Woods. La cittadina americana del New Hampshire è uno dei più antichi insediamenti Usa english style, che forse proprio per codeste sue caratteristiche ambientali fu scelta, con buona dose di ironia più o meno voluta, come sede per addivenire a una soluzione negoziata della “guerra fraterna” condotta e vinta dagli Usa contro il Regno unito. Si trattava di portare a compimento quel confronto a due – già avviato con la i guerra mondiale e protrattosi per tutti gli anni 1920 [pagamento dei “danni” di guerra, piano Dawes-Young] e gli anni 1930 [grande crisi, suoi sviluppi e implicazioni] – che avrebbe dovuto definire il passaggio di consegne alla guida dell’imperialismo mondiale. Tuttavia, in quella sede, esso fu posto al solito modo “meteorologico”, ossia limitatamente alle forme monetarie – dando implicitamente per scontata l’acquisita supremazia “reale” dell’apparato produttivo Usa – in termini di un “aggiustamento”, come si suol dire, relativo alle questioni di finanza, liquidità e fiducia. Il rispettabile e rispettato lord Keynes fu mandato a trattare con White, il negoziatore americano, per cercare di difendere i residui interessi britannici.


La proposta keynesiana prevedeva una banca che fosse effettivamente il più possibile internazionale – ossia, non prioritariamente assoggettata al dominio unipolare Usa. A essa si sarebbero dovuti dare effettivi poteri decisionali e una sorta di vera e propria moneta [che Keynes avrebbe voluto chiamare bancor]. Tale soluzione istituzionale sovranazionale avrebbe dovuto garantire finanziamenti relativamente abbondanti (30 mrd$), per indurre lo sviluppo della produzione e un aumento di occupazione, con una certa inflazione controllata. Un simile sistema, per l’appunto, avrebbe consentito una maggiore autonomia nazionale rispetto al­l’egemonia Usa; va ricordato che il Regno unito aveva ancora da gestire 4 mrd £ di posizioni debitorie, contratte durante la guerra e dichiarate inconvertibili.
Il progetto Usa di White, viceversa, si limitava a un “fondo di stabilizzazione”, senza alcun potere bancario operativo, senza una “moneta” comune ma solo con una “unità di conto” [che gli americani avrebbero denominato unitas], naturalmente ancorata al dollaro. In tale contesto, i finanziamenti del Fondo si sarebbero configurati semplicemente come intervento di aggiustamento delle bilance dei pagamenti. In effetti, i finanziamenti inizialmente previsti e attuati dal Fmi furono solo di 8 mrd $, un quarto rispetto alla richiesta inglese. Così, il mercato mondiale dei capitali rimaneva di fatto affidato agli investimenti diretti all’estero degli Usa: il piano Marshall – 13 mrd $ – e gli altri piani similari nelle diverse parti del mondo coprirono la differenza dei finanziamenti mancanti, che naturalmente furono tutti in conto Usa, sotto il dominio del dollaro.
Cosicché, sotto la parvenza di un compromesso tra i due piani – tradotto in norme formali nell’articolato di Bretton Woods, per Fmi, Bm e Gatt [quest’ultimo trattato generale per il commercio e le tariffe, in sostituzione dell’Ito, organizzazione internazionale per il commercio, varata e trasformata in Wto (ovvero Omc), organizzazione mondiale per il commercio, solo cinquant’anni dopo dal 1994, in seguito alla conclusione dell’ultimo round del Gatt] – la soluzione fu una reale centralizzazione intorno all’imperialismo Usa. La lotta comunque non era ancora del tutto finita: per la regolazione delle questioni monetarie, e in particolare per imporre la convertibilità delle valute europee in funzione del dollaro e a sostegno delle sue operazioni sul mercato mondiale, essa si protrasse fino al 1958. Ma intanto, comunque, Fmi e Bm furono sempre più poste sotto l’effettiva direzione Usa, al di là dell’articolato formale e in direzione concreta del progetto White.
Keynes stesso in seguito si dichiarò sostanzialmente insoddisfatto dell’esito delle trattative, ammettendo di fatto la “sconfitta” britannica dopo la II guerra mondiale. La storia ha mostrato che quella guerra fu condotta per definire la gerarchia dell’egemonia capitalistica sul mondo da parte degli Usa: essendo ancora, fino ad allora, l’imperialismo inglese dominante sui mercati finanziari del capitale, pur se nella sua fase ormai declinante, la sconfitta dell’impero di sua maestà britannica fu peggiore di quella subita da Germania e Giappone – che solo di contorno cercavano di insidiare le mire yankees all’eredità inglese.

Il potere Usa impose perciò un regime di cambi fissi, sollecitando con eccessiva precipitazione la dichiarazione ufficiale di parità fisse col dollaro da parte dei più importanti 32 paesi del mondo (18 dicembre 1946). Così facendo, per gli scambi internazionali multilaterali, il dollaro si pose subito, fin dal 1946, come unica moneta effettiva [al posto dei fittizi “bancor” o “unitas”; a titolo di confronto è istruttivo pensare oggi alla politica del marco tedesco rispetto alle proposte di moneta unica europea, e al ruolo marginale dell’ecu]. Formalmente fu confermato (ripristinandolo) un regime di gold exchange standard, ancorato al dollaro oltre che alla sterlina: ma per quest’ultima, chiaramente ormai in discesa, si trattava di un contentino in vista del prossimo abbandono. Si andava direttamente verso il dollar standard – apogeo, trionfo e morte del dollaro, con l’oro come sua appendice.
L’impegno per azioni dirette a garantire la stabilità dei cambi, richiesto dagli Usa agli ”alleati” sudditi, non poteva essere affrontato immediatamente nelle fragili condizioni economiche dei paesi la cui ricostruzione postbellica impediva loro di determinare con sufficiente autonomia la propria politica economica. Ciò ebbe due effetti, in parte contrastanti, nella costruzione della tipologia che andava assumendo l’egemonia del dollaro. Da un lato, dal 1946 la convertibilità internazionale riguardò solo la valuta Usa fino al 27 dicembre 1958, per tutto il periodo cioè durante il quale durò una sorta di “resistenza” europea contro l’accelerazione dei tempi del dominio americano. Solo a quella data, con sistemi economici ormai consolidati nei boom del decennio 1950, le valute europee stabilirono la loro convertibilità nelle transazioni internazionali, per affiancare il dollaro in affanno per la richiesta di liquidità internazionale, e ridurre così la pressione su di esso.
D’altro lato, in quel ventennio di ascesa dell’impero americano d’occidente (1947-1958) – che fu relativamente oneroso per la liquidità mondiale in dollari – gli Usa consolidarono definitivamente il loro monopolio sul mercato mondiale dei capitali. Entrambi i protagonisti di Bretton Woods intendevano ripristinare la multilateralità degli scambi, contro il bilateralismo e il protezionismo che caratterizzò gli anni 1930 di crisi. Ma il problema effettivo non riguardava solo il riaggiustamento congiunturale delle bilance dei pagamenti, come scritto nei documenti ufficiali di Bretton Woods, ma precisamente il controllo del mercato mondiale dei capitali. Qui si pose la “questione di fiducia” nel dollaro.
Il trionfo Usa era compiuto: ma a patto di un affidamento incondizionato alla guida americana. Il successivo periodo 1959-1967 segnò la fase di massima affermazione di codesta guida, e dunque il compimento del ciclo stesso prima della crisi. La fiducia “coatta” nell’egemonia Usa fu rappresentata dalla garanzia che l’e­conomia americana dava alla stabilità dei prezzi internazionali. Nonostante qualche avvisaglia fin dagli inizi degli anni 1960 – per quei problemi di liquidità carente, che la tardiva ammissione di convertibilità delle valute europee non riuscì a sanare adeguatamente – codesta garanzia fiduciaria tenne sostanzialmente fino al 1965. Poi si avviò, lentamente ma decisamente, il processo di inflazione, che esplose pesantemente nel passaggio al decennio successivo. Se di qui mosse la saturazione del mercato mondiale per l’eccesso di sovraproduzione, da cui cominciò l’ultima crisi, è proprio qui che si possono individuare anche i prodromi del crollo del sistema di Bretton Woods.
Quei fatti servono ora come elementi di base per spiegare come l’inversione di tendenza nel processo di accumulazione in Usa – segnalata a metà anni sessanta – si sia evidenziata con la chiarezza della crisi solo quasi un decennio dopo. La fiducia, imposta e costruita sulla forza, si teneva ormai costruendo un “muro di carta” tra l’economia reale e l’economia monetaria. E proprio codesto diaframma fittizio indica a sufficienza quali siano le argomentazioni su cui poggiano le ricette dei meteorologi monetaristi, e soprattutto quali siano le motivazioni che spingono l’ideologia dominante a concedere spazio e attenzione eccessivi al mondo monetario. “Al momento della crisi si ha la pretesa che tutte le cambiali, i titoli, le merci debbano essere a un tratto e contemporaneamente convertibili in moneta bancaria e tutta questa moneta bancaria a sua volta in oro. Come carta l’esistenza monetaria delle merci ha soltanto un’esistenza sociale. È la fede che rende beati: la fede nel valore monetario come spirito immanente delle merci, la fede nel modo di produzione e nel suo ordine prestabilito” – avvertiva precocemente Marx [C, iii.35].
La crisi di liquidità mette in luce la mancanza di “fede” nel capitale Usa. Così, paradossalmente, sono proprio i moderni meteorologi che tornano a scoprirne la causa addirittura nell’insufficienza di oro. Essa fu particolarmente evidente e forte dal 1966. L’insieme di tutti quegli eventi segnarono l’inizio della fine del bluff cartaceo del dollaro Usa. Fu appunto tra il 1961 e il 1967, nella fase (finale) del loro massimo predominio, che gli Usa misero in campo grandi manovre a protezione delle riserve auree e della loro quotazione [attraverso la costituzione del cosiddetto “pool” dell’oro]. Tutto ciò svela l’innalzamento dell’oro a mero feticcio, denota l’incomprensione dell’oro stesso come merce universale e della sua trasformazione in capitale e in capitale-merce. Si conferma così, indirettamente, l’incomprensione borghese della crisi da sovraproduzione. È inutile cercare altre parole per descrivere ciò che Marx spiegò compiutamente a proposito di questo “bel dualismo teorico” borghese: “in quanto si occupa del “capitale” ex professo l’economia illuminata guarda dall’alto in basso, con il massimo disprezzo, l’oro e l’argento, come se si trattasse in realtà della forma più indifferente e più sterile del capitale. Ma non appena si occupa del sistema bancario, tutto si capovolge, e l’oro e l’argento diventano il capitale par excellence, alla cui conservazione qualsiasi altra forma di capitale e di lavoro deve essere sacrificata” [ivi].
La partita della fine dello sviluppo postbellico, col suo sistema di Bretton Woods, e dell’avvio della grande ultima crisi, si cominciò dunque a giocare a pieno campo tra il 1967 e il 1969. A fronte della carenza di liquidità che aveva segnato i problemi del mercato mondiale fino al 1967 – carenza contraddittoria, come si è visto, dacché da un lato derivava dalla strategia monopolistica del dollaro come mezzo di pagamento universale, ma dall’altro si incancreniva per la mancata tempestiva integrazione delle altre valute forti europee sotto l’egida del dollaro stesso – il potere Usa provò a rispondere con l’economia di carta. Dal 1968 – sotto i colpi della crisi reale da sovraproduzione – l’abbandono delle restrizioni monetarie, la crescita del volume di moneta circolante, lo sviluppo dei mercati valutari (prima eurodollari, poi petrodollari, ecc.), rappresentarono l’avvio dell’attuazione di tale strategia “cartacea”. Ciò fece sì che la liquidità, prima carente, divenne eccessiva: ma si trattava di una liquidità inquinata, sempre più fittizia e nominale, come d’altronde è caratteristico per le fasi di crisi.
Il 15 marzo 1968 fu la data dell’attacco finale all’oro: fu sancita la fine del pool dell’oro, la demonetizzazione dell’oro e il passaggio – peraltro breve, solo tre anni – alla fase detta del doppio livello (oro e dollaro) dei pagamenti internazionali ammessi. Parallelamente a codesta fine smussata dell’egemonia monopolistica del dollaro – ancora nell’ambito del sistema di Bretton Woods, ormai in necessaria trasformazione – furono introdotti i ricordati diritti speciali di prelievo [dsp – ossia, una sorta di moneta di conto, riconosciuta per scopi di transazione e di riserva internazionale, determinata come media ponderata delle valute più forti: 40% dollaro Usa, 21% yen giapponese, 20% marco tedesco, 10% franco francese, 9% sterlina inglese]. Nella calura del ferragosto 1971 [questa fatidica data di “passaggio” di fase è già stata poc’anzi rammentata] fu dichiarata “improvvisamente” – improvvisamente per quanti si rifiutavano di vedere la crisi (e non era stata ancora mandata in scena la nuova “commedia del petrolio”!, come si potrebbe dire per aggiornare Lenin), e il declino dell’egemonia Usa – anche l’inconvertibilità in oro del dollaro. Era l’ultimo atto dovuto. La crisi era ormai nel suo pieno sviluppo da alcuni anni.
La linea Usa – dopo il piano Kissinger del 1974-75 – si sviluppò nel vertice di Kingston (Jamaica) tra i “cinque paesi più industrializzati”; ovverosia, tra i cinque centri dell’imperialismo transnazionale (Usa, Giappone, Germania, Regno unito e Francia) che di lì in poi fu meglio conosciuto come gruppo dei 5, ovvero G.5. Fu stabilita la definitiva eliminazione dell’oro come riferimento dei pagamenti internazionali, con la soppressione del gold da qualsiasi standard, e la costituzione di un fondo, vincolato pertanto prevalentemente al dollaro, per l’accensione di prestiti internazionali. Furono appunto quei prestiti – inventati per dare uno sbocco alla pletora di liquidità cartacea, di cui il capitale mondiale ormai soffriva da anni – che crearono il problema ambiguamente etichettato come “debito estero”, essendo sostanzialmente invece posto dal suo corrispettivo capitalistico, il credito estero.
Gli Usa cercavano per tal via di resistere alle contraddizioni interimperialistiche che prendevano corpo con l’offensiva di Giappone e Germania. Ma in un famoso e successivo “segreto” vertice del G.5 – in realtà la segretezza fu per la prevalenza di fatto del G.3 – del settembre 1985 all’hotel Plaza di New York, fu decretata, col riconoscimento ufficiale, la già da tempo iniziata svalutazione del dollaro, per pilotarne la discesa in maniera più attenuata rispetto al rischio di un crollo, che sarebbe stato dannoso per tutti i contendenti, non solo per gli Usa declinanti. Le potenze imperialistiche in ascesa non volevano più continuare ad assorbire dollari di “carta straccia”, ma d’altronde rimanevano ancora legati alle conseguenze del sistema messo in piedi dagli Usa, non solo a Bretton Woods, ma a Dumbarton Oaks, Teheran, Parigi e Yalta, fino alla costituzione degli organismi militari (Nato, Seato, ecc.) solidamente impugnati dalle mani dei generali yankees. La totale rovina Usa non avrebbe rappresentato immediatamente una vittoria, ma una grave recessione economica e un grosso rischio politico militare per Giappone e Germania.
Il balletto delle trattative – i cui esiti erano scarsamente rispettati dalle parti, ma che servivano ugualmente per misurare la forza reciproca dei contendenti – ebbe inizio a colpi (spesso mancati) di do ut des. Da un lato, si ricercava il pareggio reciproco delle opposte bilance dei pagamenti; dall’altro, si prospettava un’in­versione dello sviluppo trainante, dagli Usa verso gli altri due poli. Ciò fu sottoscritto – ogni volta di più come finte buone intenzioni che come impegni concreti, stante la guerra commerciale in corso – nel corso del vertice di Tokyo del maggio 1986. Fu quella l’occasione in cui si ebbe anche il passaggio al G.7, quasi a sanzione definitiva del tramonto del monopolio imperialistico Usa e del necessario rimpasto degli organismi di Bretton Woods. Le grandi manovre sull’aggiustamento delle bilance dei pagamenti continuarono nella ”lotta tra fratelli nemici” a Parigi [vertice del Louvre], nel febbraio 1987.
Il problema del “doppio disavanzo” Usa si poneva così ormai al centro della crisi. Codeste specifiche conseguenze del sistema di Bretton Woods, volute dagli Usa, si mostravano appieno nel loro dispiegarsi: dire che la “liquidità” mondiale era stata resa dipendente dal disavanzo della bilancia dei pagamenti Usa, non vuol dire altro – tradotto dal linguaggio “meteorologico” – che l’intero mercato mondiale dei capitali e l’inte­ra economia e produzione della ricchezza mondiale era sottoposta agli Usa, nel “bene” e nel male.. Per tal via, tutti i paesi connessi nel sistema “statunitense” di Bretton Woods sono rimasti vincolati a processi di aggiustamento interno – economico, e quindi sociale e politico – riversato nelle forme delle politiche monetarie e fiscali. A tale linea corrispondono le forme vessatorie, in vigore da anni, delle direttive Fmi indirizzate ai paesi “beneficiari” degli interventi di finanziamento internazionale: l’antico proverbio cinese, ricordato da Lu Hsun – “accetta un pasto e riceverai ordini” – veniva dunque tradotto nelle moderne forme del capitale finanziario.

Gli avvenimenti descritti spiegano, perciò, anche come le riprese cicliche parziali (in particolare quella degli anni 1980) non fossero affatto sufficienti a ristabilire il processo di accumulazione stesso. Anzi, in un certo senso esse rappresentavano delle finzioni, in quanto costruite sull’assorbimento, da parte delle poche decine di imprese transnazionali forti, della rimanente struttura economica fatiscente e fallimentare. Gli aumenti di produzione, nei vari paesi-guida, mentre da un lato registravano andamenti dimezzati rispetto ai ritmi del primo ventennio postbellico, dall’altro erano attribuibili principalmente a ristrutturazioni condotte dalle grandi imprese, a seguito di fusioni e acquisizioni. In una fase critica da carpe diem – in cui dunque l’atti­vità produttiva si preoccupava soprattutto della razionalizzazione qualitativa di processi, prodotti e lavoro – è stata la speculazione finanziaria a far valere le proprie leggi di classe: come insegna Henryk Grossmann, essa è legge inesorabile della fase discendente della crisi ciclica scatenata dall’eccesso di sovraproduzione. Altro che ”reaganomics” e neomonetarismo!
Nella nuova divisione internazionale del lavoro che ha imposto dimensioni crescenti su scala mondiale – nel rammentato perdurante processo di fallimenti assorbimenti e fusioni – l’imperialismo Usa ha ceduto potere, nonostante il processo di centralizzazione che lo ha visto promotore e protagonista. La sfida forte da parte di Germania e Giappone era ormai partita in forma irreversibile. In quel decennio gli Usa, dai primi tre posti che detenevano nella graduatoria mondiale delle banche, sono scivolati in dodicesima posizione, lasciando il primato a dieci banche giapponesi. La tripolarità imperialistica, delineatasi agli inizi della crisi, si è così assestata, pur con la sua profonda e tuttora irrisolta contraddittorietà. E se, da un lato, alla fine dell’e­gemonia economica assoluta degli Usa, fa riscontro la permanenza della loro dominanza politica militare, dall’altro, si è venuta articolando negli ultimi tempi, proprio dopo e in funzione di quell’assestamento conflittuale, una certa pervasiva trasversalità agli stati nazionali, più rispondente agli interessi di classe del capitale finanziario.
Su queste basi si definisce quel riassetto dei rapporti di proprietà, su scala mondiale, per il quale la grande borghesia finanziaria transnazionale tiene sempre più in una considerazione funzionalmente subalterna la base nazionale di provenienza. La logica imperialistica transnazionale considera qualsiasi economia nazionale (anche grande e significativa come quella Usa) come un’articolazione e un comparto del mercato capitalistico mondiale. Pur dando ancora un forte significato, soprattutto di potere politico e militare, al riferimento alle istituzioni statuali nazionali, i differenti rappresentanti del grande capitale non esitano a cambiare con una certa agilità tali loro riferimenti, secondo convenienza, alleandosi all’occorrenza con altre frazioni capitalistiche della medesima area di interesse industriale, appartenenti a diversi basi nazionali di provenienza: quindi, eventualmente, contro interessi capitalistici “connazionali” ma di differenti settori. In una dimensione economica così strutturata, perciò, che è concepita in una prospettiva di dominio transnazionale di classe, si capisce facilmente perché divenga fuorviante, quanto anacronistica, l’impropria metonimia nord-sud, con tutta la categorizzazione che l’accompagna, molto appetita da quanti bramano di sostituire contraddizioni di classe con varianti sistemiche.
Il potere capitalistico, che si va riassestando in quei nuovi rapporti di proprietà, è in larga parte rappresentato, nella misura in cui tali protagonisti vadano al di là della “meteorologia” monetaria, dai cosiddetti investitori istituzionali finanziari, non appartenenti al settore bancario in senso proprio: costoro coprono ormai il 60% delle transazioni sui mercati monetari e finanziari internazionali. Tale circostanza spiega compiutamente perché oggi le manovre speculative sui titoli e sulle valute, effettuate in tempo reale nelle diverse borse del mondo, sfuggano al controllo anche delle banche centrali e, a maggior ragione, degli organi statuali e governativi in loro assoluta balìa. In una siffatta gerarchia mondiale, in cui le banche centrali – con diverso rango di importanza – ormai “divorziate” dai rispettivi governi nazionali, funzionano espressamente come “terminali” della Bm e del Fmi, si inquadra adeguatamente il ruolo di questi ultimi organismi sovranazionali soltanto concependoli, per quello che sono, ossia sedi di compensazione e attuazione “tecnica” della strategia autocontraddittoria e conflittuale dell’imperialismo transnazionale. Con buona pace di quei politici ed economisti che dissertano ancora sui principi ideali astratti di democrazia-e-autonomia-delle-istituzioni-borghesi, nazionali internazionali e sovranazionali.
Tutto ciò risponde ai “disegni degli astuti politici affaristi che, controllando la stampa, la scuola, e se necessario la chiesa, impongono l’imperialismo alle masse nella forma attraente di un patriottismo sensazionale” – scriveva d’altronde Hobson, già quasi un secolo fa. Nella mistura sociale che coartava le masse al consenso, necessario per la vitale interpenetrazione del militarismo nell’economia, si andò consolidando nel decennio 1930 la prospettiva storica del moderno corporativismo. Oggi è il neo-corporativismo che rappresenta la tendenza dominante nel nuovo ordine mondiale. Di contro a un declino generale e inesorabile del processo di accumulazione, l’unica risposta provvisoriamente data è stata proprio la tendenza accentratrice dei capitali esistenti, congiuntamente con la ripresa di assoluto comando sul lavoro. Ed è nella logica dell’imperialismo che tale processo si traduca inevitabilmente anche in un accentramento sempre più dispotico e violento del potere politico – dal piano sociale a quello militare.
E ancora prima dell’epoca dell’imperialismo, Marx vide chiaramente i caratteri di fondo delle tendenze a venire. “Che cosa vuol dire l’accentramento! Il sistema creditizio che ha come centro le pretese banche nazionali e i potenti prestatori di denaro, e gli usurai che pullulano attorno a essi, rappresenta un accentramento enorme e assicura a questa classe di parassiti una forza favolosa, tale non solo da decimare periodicamente i capitalisti industriali, ma anche da intervenire nel modo più pericoloso nella produzione effettiva – e questa banda non sa nulla della produzione e non ha nulla a che fare con essa. Questi rispettabili banditi – ai quali si uniscono i finanzieri e gli speculatori di borsa – sfruttano la produzione nazionale e internazionale” [C, iii.33].
Breve nota bibliografica

La maggior parte delle notizie e delle indicazioni sul Fmi e sulla Bm sono tratte dal bollettino quindicinale Imf survey e da numerosi altri documenti ufficiali del Fmi stesso. Una ricca documentazione e ricostruzione storica è contenuta in Michael D. Bordo – Barry Eichengreen, A retrospective on the Bretton Woods system: lessons for international monetary reform, University of Chicago, 1991. Notizie storiche dirette, e commenti, si trovano in John M. Keynes, Collected writings: works and correspondence, McMillan, London 1971-79. I riferimenti classici rimandano a Karl Marx, Il capitale (vol.III, sez.V), e Henryk Grossmann, La legge dell’accumulazione e del crollo del sistema capitalistico [1929] (tr.it., Jaca Book, Bologna 1977).

Gianfranco Pala

La Contraddizione

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