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L’ARTICOLO 18 NON SI TOCCA

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Dieci anni fa, il 23 marzo del 2002, oltre tre milioni di cittadini scesero in piazza per protestare contro il tentativo di abolizione dell’articolo 18. Allora c’era Berlusconi e la CGIL di Cofferati riuscì a organizzare una manifestazione imponente. Oggi, siccome a volere eliminare questa legge fondamentale è il governo dei “tecnici”, le voci che si levano a difesa di quell’articolo sono molte meno di allora. Qualcuno ha addirittura  il coraggio di definire questo attacco come “riformismo”. L’attuale governo non è neanche stato eletto,  rappresenta in maniera quanto mai spregiudicata il grande capitale, e soprattutto di fronte a sé non ha un’opposizione sociale organizzata.

Chiariamo intanto di cosa stiamo parlando:

L’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori prevede l’illegittimità del licenziamento per motivi diversi dalla giusta causa. In caso di licenziamento illegittimo l’articolo 18 impone all’azienda sia il reintegro del lavoratore che una sanzione pecuniaria, rendendo di fatto nullo il licenziamento stesso. Viene disposto il reintegro del lavoratore e non la riassunzione, perché altrimenti il dipendente perderebbe l’anzianità di servizio e i diritti acquisiti con il precedente contratto. Non sembra una norma così atroce. Unico limite: non si applica alle imprese sino a 15 dipendenti.

Non soltanto questa è una politica schiettamente politica (di destra), ma è anche sbagliata e controproducente. Non soltanto dal punto di vista della difesa dei diritti dei lavoratori, ma anche da quello – non meno importante – del futuro stesso della nostra economia. Se infatti le modifiche di cui si parla riusciranno a passare, lo scenario più probabile è il seguente: massicci licenziamenti (con misero indennizzo) per motivi economici e un ulteriore crollo della domanda interna dopo quello già provocato dalle misure di austerità varate da Berlusconi e poi da Monti. Per parlare col linguaggio dei “tecnici”: enorme “flessibilità in uscita”, con la cassa integrazione che si trasforma direttamente in licenziamento per decine e forse centinaia di migliaia di lavoratori, senza che questo sia minimamente una garanzia di maggiore “flessibilità in entrata” (lo stesso  Olivier Blanchard,  del FMI, anni fa ha ammesso che non esiste alcun nesso automatico tra flessibilità e  deregulation  del mercato del lavoro da un lato e crescita dell’occupazione dall’altro).

Come ha ben chiarito Vladimiro Giacchè , si tratta quindi di più di un – per quanto grave – ritorno indietro di 50 anni (lo  Statuto dei lavoratori risale al 1966 ); non soltanto siamo di fronte alla trasformazione di  ogni  lavoro in lavoro  precario nel senso stretto del termine: ossia insicuro, sempre sottoposto al ricatto del datore di lavoro e sempre sotto minaccia di essere interrotto con un atto d’arbitro, sia per “motivi economici” che per motivi discriminatori. Si tratta anche di un ulteriore passo avanti verso la catastrofe economica.

La posta in gioco dell’art.18 è enorme e non riguarda soltanto il licenziamento facile quanto lo sprofondamento dei salari e degli stipendi italiani di almeno il quaranta per cento. Un lavoratore di un’azienda o un ufficio che oggi guadagna 1200 euro al mese per tredici mensilità e fruisce dei diritti garantiti dal contratto di lavoro (ferie, straordinario ed altro) al momento del licenziamento varcherà una soglia che lo precipiterà nell’inferno del precariato e del lavoro nero. Non troverà nessuna azienda disposta ad assumerlo alle stesse condizioni che ha appena lasciato. Il salario medio dei co.co.pro. è di meno di 10 mila euro annui (tabella pubblicata da Repubblica). Il licenziato precipiterà nella condizione dei precari prodotti dalla legge Biagi (flessibilità in entrata) perché difficilmente troverà un contratto a tempo indeterminato dove andare a lavorare. Il dualismo creato nel corso di questi dieci anni dalla legge Biagi si risolverà nel senso di un abbassamento generale delle retribuzioni e dei diritti al livello dei contratti atipici. Questo processo investirà anche i dipendenti pubblici che saranno allontanati anche se oggi Il Gatto e la Volpe (Monti e Fornero) lo negano . Pervasi come sono dalla logica deflazionista della dottrina economica dominante, questi signori credono che, se lo spread dovesse riprendere la sua corsa al rialzo, per riguadagnare la fiducia dei mercati finanziari non basterebbe una spending review, ma bisognerebbe affrontare l’ostacolo che rende più difficilmente comprimibile il volume totale di spesa pubblica: vale a dire, i dipendenti pubblici. E cosa di meglio, allora, di una “manutenzione” dell’art. 18 che confina il reintegro al solo caso che il giudice accerti che il dipendente non ha commesso il fatto o che per quest’ultimo il contratto collettivo prevede una sanzione conservativa? Cosa di meglio, cioè, della possibilità di una caccia ai “nullafacenti” con la certezza che, quand’anche si fosse sbagliato nella valutazione della gravità dell’inadempimento, si sarà pur sempre ottenuto un definitivo risparmio di spesa? Il pubblico impiego dipende dai trasferimenti statali, e non è meno soggetto alle tempeste dei mercati finanziari di quanto non sia il bilancio pubblico nel suo complesso (ne sanno qualcosa gli impiegati greci). Del resto, se appena si ha un’idea di come funziona una banale commissione sanitaria per la verifica delle condizioni degli invalidi civili, si capirà che la prospettiva che maturi una politica di licenziamenti nel settore pubblico è tutt’altro che implausibile. Quando l’imperativo è il risparmio, la persona non importa più. Come chiarito anche da Ascanio Celestini su LA7 qualche settimana fa, si tratta di lotta di classe: loro la stanno portando avanti, consapevolmente, e la stanno stravincendo. Noi non abbiamo altra alternativa se non organizzarci e proporre un sistema diverso, perché è dinanzi agli occhi di tutti il fatto che il capitalismo non uscirà dalla sua terza crisi epocale se non in forme brutali, con un ritorno all’Ottocento. 

Fonti: Vladimiro Giacchè, Pietro Ancona, il manifesto

Andrea Lisi

PER UN’EUROPA SOCIALE, UN’EUROPA DEI POPOLI

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L’Europa economica e politica in cui viviamo è sbilenca. La sua architettura, dotata (per i paesi dell’eurozona) di una moneta unica ma non di una politica economica unica, rende impossibile attuare politiche integrate capaci di colmare gli evidenti squilibri. Questo è il vizio di fondo dell’Unione Europea come la conosciamo oggi. Si è partiti solo dall’unione monetaria, trascurando la fondamentale necessità di una politica fiscale unitaria. E le politiche fiscali dei Paesi dell’Unione sono tutt’altro che omogenee. Anche perché i Trattati prevedono che sull’armonizzazione delle politiche fiscali (come del resto sulle politiche sociali) l’Unione possa decidere soltanto all’unanimità. Conseguenza: è sufficiente che un solo Paese sia contrario per impedire che l’Unione Europea armonizzi le diverse legislazioni in materia. All’origine di questa situazione vi è un preciso presupposto ideologico: l’idea secondo cui “il libero agire delle forze di mercato”, unito al coordinamento delle politiche monetarie e di bilancio, sarebbe la ricetta giusta per conseguire la crescita economica. Su questa idea sono stati costruiti tutti i trattati, almeno da Maastricht in poi. Come ammette la stessa vice-presidente della Commissione Viviane Reding: <<Questa costruzione asimmetrica fu scelta deliberatamente. Molti pensavano che avrebbe permesso la competizione tra le migliori politiche nazionali in materia di tassazione, sicurezza sociale, e copertura sanitaria. Altri si rammaricavano del fatto che Maastricht non includeva una vera e propria unione politica, ma erano sicuri che non ci sarebbero state ricadute negative in altri ambiti dopo che la moneta unica avesse iniziato a circolare>>[i]. E invece oggi gli stessi tecnocrati di Bruxelles iniziano a riconoscere che l’edificio di Maastricht si è rivelato alquanto debole dinanzi alla crisi finanziaria globale. Tuttavia, misure per invertire la rotta non sono state attuate e, anzi, le risposte in termini di politica economica sembrano racchiudersi nel concetto “more of the same”. A Francoforte, durante la sua ultima conferenza stampa, il presidente uscente della BCE Jean Claude Trichet ha reiterato un ritornello sentito molte volte negli anni passati: «Dobbiamo andare verso l’eliminazione delle clausole di indicizzazione automatica dei salari e un rafforzamento degli accordi impresa per impresa, in modo che i salari e le condizioni di lavoro possano adattarsi ai bisogni specifici delle aziende. Queste misure devono accompagnarsi a delle riforme strutturali, in particolare nel comparto dei servizi – tra cui la liberalizzazione delle professioni regolamentate -, e, quando è opportuno, alla privatizzazione dei servizi forniti oggi dal settore pubblico, così da facilitare gli aumenti di produttività e incoraggiare la competitività». Il deputato europeo dei Verdi Pascal Canfin – vicepresidente della commissione speciale sulla crisi finanziaria al parlamento di Strasburgo – presente nella platea dell’uditorio, ha quindi replicato <<È la ripetizione dello solito discorso, del solito gergo fuori della realtà. Si tratta di un progetto ideologico, senza alcun nesso con le cause della crisi. Non vedo in che modo flessibilizzare il mercato del lavoro, svendere i servizi pubblici o far prevalere gli accordi aziendali sul diritto del lavoro potrebbe costituire una risposta alla deregolamentazione finanziaria. I dirigenti della Bce sciorinano il programma del Fondo monetario internazionale (Fmi), con i suoi piani di aggiustamento strutturale, che hanno ampiamente fallito. Ma che importa, ci si riprova.»[ii]

Anche il ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schäuble ha stigmatizzato «la cupidigia illimitata, la ricerca di profitti sempre maggiori sui mercati dei capitali, non certo estranei alla crisi bancaria ed economica, e quindi a quella di interi paesi, con cui abbiamo a che fare dal 2008 »[iii], ma non ha proposto alcuna soluzione per rompere con questa situazione, di fatto lasciando intendere che una mezza dozzina di nazioni europee rovinate dai debiti resteranno alla mercé di questa «cupidigia illimitata». Come ha spiegato Jens Weidmann, presidente della Bundesbank – la banca centrale tedesca –, «sarebbe un fatale errore sopprimere completamente gli effetti disciplinari dei tassi di interesse in aumento, dato che il maggior costo del credito riduce fortemente la tentazione degli Stati a contrarre prestiti»[iv]. E se i paesi più indebitati non imparano a contenere «tentazioni» del genere, e trovano nella recessione un ostacolo insormontabile al ripristino dell’equilibrio finanziario, se sono strangolati dai «profitti sempre maggiori» dei loro creditori, l’Unione europea li aiuterà… con una multa. Mentre le banche private continueranno a disporre di tutti i crediti che vorranno chiedere, a tassi irrisori. E potranno così prestare denaro agli Stati indebitati, realizzando succosi guadagni.

In questi ultimi anni si è quindi delineato chiaramente un quadro negativo, di effettivo scollamento del progetto europeo, la cui origine è evidente a molti che debba rintracciarsi neI deficit democratico che caratterizza la Commissione e la Banca Centrale Europea – istituzioni dall’enorme potere, molto sensibili ai bisogni delle grandi lobby finanziarie e ben poco a quelli dei popoli che dovrebbero rappresentare. Non è un caso se, quando a questi popoli si è data l’opportunità di pronunciarsi, come avvenuto con i referendum del 2005 in Francia e Olanda sul progetto di Costituzione Europea, il responso sia stato negativo. È quindi difficile essere d’accordo con le tesi del premier Monti e del presidente Napolitano, secondo i quali si esce dalla crisi <<rafforzando l’unità politica ed economica di questa Unione Europea>>[v]. Purtroppo è ormai chiaro che questo tipo di “Europa forte” è quella degli accordi tra oligarchie, quelle stesse che hanno impedito nel 2011 il referendum in Grecia e le elezioni anticipate in Italia; un’Europa che impone alla BCE di non salvare gli Stati, ma le consente di salvare le banche private; un’Europa che impone di mettere il pareggio di bilancio in Costituzione e scarica sacrifici durissimi sulle spalle dei popoli. E’ l’Europa che ha distrutto l’economia della Grecia con manovre antipopolari di austerità e continua ad applicare a tutti i paesi in difficoltà la stessa ricetta iniqua.

Volendo ragionare sulle possibili strade per uscire effettivamente dalla crisi, ridando all’UE credibilità rispetto ai suoi cittadini, emerge la necessità di dare maggior peso – e non minore, come pare invece nelle intenzioni dell’attuale dirigenza – alle politiche sociali, al sostegno alle classi più deboli, cioè coloro che dovunque stanno pagando maggiormente la recessione in atto. Di fatto ciò significa rinunciare all’ideologia neo-liberista che colpisce il lavoro e il welfare, creando spazi enormi a favore della grande finanza, tutelando i monopoli e privatizzando i beni comuni. Primo compito delle istituzioni europee dovrebbe invece essere quello di indirizzare gli stati membri verso sostegni all’occupazione, aumenti dei salari, difesa dei redditi, fiscalità progressiva e basata sulla tassazione dei patrimoni. Al centro della politica europea dovrebbero esserci la socializzazione degli investimenti, il controllo dei capitali, la riconduzione delle banche a public utilities, un piano del lavoro che porti gli Stati ad essere fornitori diretti di occupazione e per questo garanti del pieno impiego. Non può esserci infatti condivisione di principi e valori se l’immagine che prevale dell’Unione è quella di un’istituzione lontana che apporta più danni che benefici ai popoli.

Andrea Lisi


[ii] Citato in Le Monde Diplomatique, novembre 2011

[iii] Citato da Les Echos, Parigi, 16-17 dicembre 2011

[iv] Citato da The New York Times, 14 dicembre 2011

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Ora tocca alla Siria?

articolo originariamente pubblicato su The Freak

Prima è toccato all’Afghanistan, poi all’Iraq, quest’anno alla Libia. La Bielorussia è stata salvata dalla ferma opposizione russa nel 2005; nel caso di Zimbabwe, Myanmar e Corea del Nord è stata la Cina a intralciare i piani NATO. Non è affatto un caso che, come da ultimo anche la Siria, questi paesi rientrino tutti nella lista degli undici “rogue states”, l’Asse del male contro cui gli Stati Uniti – di Bush jr prima e Obama poi – hanno deciso di rivolgere la loro macchina di distruzione di massa. Un sistema che comprende, in non piccola misura, anche un immenso potere di indirizzo mediatico atto a screditare agli occhi del mondo la vittima di turno, per preparare così il terreno a un’invasione o a un bombardamento con droni, attuando una strategia che è stata sempre più oliata negli ultimi anni (dopo gli esperimenti su Iraq e Kosovo negli anni novanta), nella quale hanno un ruolo importante anche la creazione di ONG “indipendenti” che trasmettono falsi dati su violazioni dei diritti umani e, soprattutto, il finanziamento di settori tribali e vari gruppi di opposizione interni, elevati addirittura poi a rango di “interlocutori ufficiali” dell’Occidente[1]. Di fatto si fomenta la guerra civile. In un secondo momento si strumentalizza l’ONU per ottenere sanzioni e risoluzioni su “no fly zone”, con conseguenze tragiche per le popolazioni coinvolte (nonchè per l’onore di tutta la comunità internazionale e le sue regole), perchè con il mandato di “proteggere i civili” si procede al bombardamento e allo sterminio di massa di centinaia di migliaia di loro.

Il copione dell’appoggio a tribù islamiste e piccoli signori della guerra ricalca sinistramente la strategia masochistica che negli anni ottanta portò gli USA a partorire in Afghanistan il loro futuro peggior nemico, creando dal nulla Bin Laden e la rete di Al Qaeda[2] per contrastare i sovietici; stessa cecità dimostrata anche da Israele durante la prima intifada, quando, pur di contrastare l’OLP e Fatah, favorì l’ascesa del suo futuro flagello, Hamas[3].

Questa premessa è necessaria per comprendere il quadro che ci troviamo dinanzi in questo periodo, con parte della comunità internazionale – quella la cui voce sola risuona nel broadcast dominante – che ci comunica costantemente quanto la Siria sia una crudele dittatura impegnata a uccidere in maniera implacabile i suoi cittadini che chiedono “libertà, stato di diritto e democrazia”. Per fare ciò si citano ancora una volta fonti inventate o ambigue[4], e si trascura che le manifestazioni hanno avuto in primo luogo ragioni economiche e sono state superate in numero e  partecipazione da quelle successive in favore del governo, così come si omette che la stragrande maggioranza dei morti ad oggi è dovuta a bande infiltrate che sparano alla cieca in mezzo ai dimostranti e alla polizia[5].

La Siria da anni si trova nella lista nera della guerra imperialista portata avanti dalla NATO, con il proposito di abbatterla, instaurare un governo fantoccio e favorire l’espansione di Israele. Bisogna anche ricordare che, se non fosse per il veto posto il 4 ottobre da Cina e Russia nel Consiglio di Sicurezza ONU, i tamburi di morte avrebbero già iniziato a suonare; ancor prima del nuovo anno avremmo già visto l’esplodere di una nuova guerra e staremmo contando piuttosto le decine di migliaia di morti, come qualche mese fa in Libia.

L’aspetto più grave da evidenziare in questa strategia di delegittimazione è che, come non erano stati documentati i presunti bombardamenti di città da parte del legittimo governo libico – mentre, in cambio, sono stati documentati quelli della NATO – non è stato neppure documentato il bombardamento di città in Siria come viene denunciato da più parti in Italia e in Occidente[6]. Ciò che si sta verificando sono gravi scontri militari con centinaia di morti di entrambe le parti.

Anche Amnesty International invoca la Corte Penale Internazionale[7], dimenticando il doppio standard di legalità e giurisdizione dimostrato nei decenni da quest’istituzione, a cui sono stati e sono sottratti i soldati americani, così come quelli israeliani, mentre a essere imputati sono sempre stati rappresentanti delle ex colonie delle potenze occidentali[8].

Una reale iniziativa solidale con il popolo siriano dovrebbe essere diretta a promuovere la pacificazione e l’armistizio, non la criminalizzazione di una delle due parti[9]. Anche parlare in maniera generica di “popolo” è forse improprio quando i suoi cittadini sono immersi in una guerra civile. Ci sono grandi manifestazioni popolari che appoggiano il regime, la stessa cosa che succedeva in Libia. Perché i media non informano di ciò?


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